Quanto conta l’italiano nel mondo della musica?

verdiUn libro sull’italiano come lingua della musica, realizzato in occasione della XV Settimana della lingua italiana nel mondo, che si terrà dal 19 al 24 ottobre prossimi: lo diffonderà, gratuitamente per la durata dell’iniziativa, l’Accademia della Crusca in collaborazione con la casa editrice GoWare, in formato elettronico.

Il volume, edito dalla stessa Accademia, si intitola L’italiano della musica nel mondo ed è curato da Ilaria Bonomi e Vittorio Coletti. Alla sua stesura hanno collaborato numerosi accademici e linguisti specialisti della materia. Sarà disponibile sulle piattaforme Apple iBookstore, Amazon Kindle Store, Google Play Libri e numerose librerie italiane.

L’italiano, spiegano all’Accademia, ha contribuito in maniera formidabile alla costituzione del lessico specifico della musica classica e non è rimasto estraneo neppure a quello della musica pop. Si è poi identificato a lungo con l’opera lirica, i cui capolavori, intonati spesso da grandi compositori stranieri, vengono ancor oggi eseguiti in tutti i teatri lirici del mondo; ha per decenni diffuso attraverso la canzone, anche dialettale, un’immagine amica e pacifica dell’Italia. E le sue tracce si riconoscono ancora oggi nella musica leggera di molti paesi.

La letteratura della Lomellina batte un colpo

Riportiamo l’editoriale di Stefano Calvi, direttore del settimanale “La Lomellina”.

Editoriale Calvi

Borat razzista? Non avete capito nulla

Borat2Wa wa wee wa!

La trama del film “Borat-Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan”, falso documentario a basso costo, inizia negli Stati Uniti, dove Borat (impersonato dall’attore britannico di famiglia ebrea ortodossa Sacha Baron Cohen), deve girare un documentario sulla cultura locale. Il protagonista ha detto del film: «Se non avrà successo, io sarò giustiziato dal governo kazako»: al contrario, il film ha avuto talmente successo che nel 2012 gli organizzatori del Grand Prix di tiro, in Kuwait, diffusero l’inno immaginario del film al posto di quello ufficiale del Kazakistan.Continua a leggere “Borat razzista? Non avete capito nulla”

Una Lomellina a… Novi Ligure

La diga "della Lomellina"
La diga “della Lomellina”

Per me è stata una piacevole sorpresa venire a conoscenza di una seconda zona chiamata Lomellina. Oltre alla patria del riso fra i fiumi Po, Ticino e Sesia, esiste un’altra Lomellina fra Novi Ligure e Gavi. Questo un interessante articolo di Andrea Vignoli apparso sul sito http://www.alessandrianews.it. 

«Nella strada che da Novi giunge a Gavi, è presente anche un invaso artificiale creato con una splendida diga, fatta costruire a partire dal 1896 dal conte Edilio Raggio, nei pressi della Villa Lomellina di sua proprietà. Si tratta di una pregevole e imponente struttura in mattoni ancora oggi in buone condizioni, percorsa da una strada sulla sua sommità. Al tempo il conte era uno degli industriali più ricchi e potenti d’Italia, e tutta la zona boschiva da Novi a Gavi, che oggi viene chiamata Lomellina, era di sua proprietà. Un territorio di 180 ettari che al suo interno, oltre alle magnifiche Villa Minetta e Villa Lomellina, residenze del conte, contava anche 65 cascine dedite alla coltivazione del territorio, tutte di proprietà del conte.

La diga, lunga 65 metri e alta 20, aveva portato alla formazione di un lago molto grande, di circa due ettari di superficie e lungo 300 metri. La diga è censita nel Registro Italiano Dighe, che ne riporta la capienza: 250 mila metri cubi d’acqua.
Un tempo il lago della Lomellina doveva essere rinomato, vista la quantità di cartoline che negli anni Trenta e Quaranta furono stampate, e che oggi sono ricercate dai collezionisti. Quelle belle immagini stridono con il presente della diga, che racchiude un bacino vuoto: solo sotto le alte mura è presente un piccolo stagno, ma la struttura si staglia ancora imponente sulla valle. Di fianco alla diga, fa ancora bella mostra di sé la “Ca’ del lago”, una piccola abitazione di buon gusto fatta costruire per ospitare il custode della struttura. Intorno al lago, una pregevole area boschiva fa da corona a quelle che un tempo erano le sponde del lago.


Una lapide marmorea affissa sulla casa ci ricorda la data e il motivo della costruzione. Come si usava al tempo, la dedica è in latino, ma per chi non lo mastica ecco la traduzione in italiano: “Edilio Raggio, con grande magnificenza a sue spese, a perenne utilità dei cittadini novesi, introdusse nel lago da ogni parte l’acqua salubre raccolta dalle sorgenti montane. Carlo Raggio, Senatore del Regno, portò a compimento felicemente l’opera egregia del padre e la affidò alla memoria dei posteri”.
La diga fu completata dal figlio Carlo nel 1910. Anche il Registro Italiano Dighe riporta il 1910 come anno di termine della costruzione. Quello che più interessa dell’iscrizione è quel “a perennem civium novensium utilitate”, cioè a perenne beneficio dei cittadini novesi.
La diga fu quindi fatta costruire per integrare la portata del civico acquedotto, che forse in estate soffriva di carenze idriche. Del resto, la carbonifera di Raggio era la più grossa industria novese ed era sicuramente una grande utilizzatrice di acqua per il suo funzionamento.

Oggi la diga non è più nelle disponibilità del “civium novensium”, in quanto la struttura è stata da tempo acquistata dalla società Derna spa, proprietaria del Golf Club Riasco. Nei progetti della nuova proprietà avrebbe dovuto fornire acqua per irrigare i “green” della struttura sportiva, ma il progressivo interramento del lago ha fatto sì che l’autorità per le dighe ne disponesse lo svuotamento per sicurezza.
Nel 1998 Renato Milano, del Wwf di Novi, lanciò l’allarme: nel lago dove una volta nuotavano carpe, cavedani e lucci l’acqua era sparita. Anche gli uccelli migratori avevano dovuto trovare un altro luogo di passo. Il Wwf puntò il dito contro i proprietari dell’ormai ex lago, accusandoli di averlo prosciugato per irrigare il green dei propri campi. La società replicò dicendo che non si trattava di prosciugamento, ma bensì di interramento: il fango sceso dalle rive aveva innalzato il livello del fondo lago, premendo sulla diga.
La buona notizia è che la struttura oggi non è in abbandono: i lavori per il suo recupero, consistenti nello svuotamento della terra che si è accumulata, procedono anche se a rilento a causa dei recenti accadimenti alluvionali. Prima o poi il lago tornerà… anche se non per il “civium novensium”».

«Il mio calcio totale»

sacchiArrigo Sacchi allenatore, ma soprattutto uomo. A Ferrera Erbognone, a palazzo Strada, lo scrittore parmense Guido Conti ha presentato il suo libro “Calcio totale” (Mondadori, 288 p., € 18), intervista a tutto campo al “profeta di Fusignano” che 25 anni fa rivoluzionò i canoni calcistici dividendo l’Italia con il modulo a zona e il pressing a tutto campo.

Conti, perché è stato scelto proprio lei per la biografia di Sacchi?

«Perché non so quasi nulla di calcio. Abbiamo voluto raccontare l’uomo più che l’allenatore. Il padre gli regalò il primo pallone e iniziò a giocare terzino sinistro, ma capì subito di non essere tagliato per il calcio giocato. Così, dopo una parentesi nell’azienda di famiglia, andò ad allenare per seguire una passione».

Che cos’è il calcio per Sacchi?

«Mi ripeteva spesso che il calcio è lo specchio della società. Il calcio deve essere spettacolo, divertimento. Fu proprio questa sua caratteristica che colpì Berlusconi, quando lo ingaggiò nel 1987. Il suo 4-4-2 scandalizzò l’Italia tutta difesa e contropiede, ma alla fine andò controcorrente e vinse tutto. Quando capì di non divertirsi più, abbandonò la panchina».

Come deve essere l’atleta per Sacchi?

«Deve essere prima di tutto un uomo. Solo in un secondo tempo un professionista, deve sapersi relazionare con gli altri e deve avere talento: proprio per questi motivi Sacchi non allenerebbe mai un calciatore come Balotelli».

Che cosa ricorda Sacchi del mondiale perso con il Brasile?

«Mi ha raccontato che nel 1994 aveva ripensato al 1970, quando era in America per conto dell’azienda di famiglia. Vide in televisione l’Italia di Riva perdere contro Pelè, Jairzinho, Carlos Alberto Torres e Tostao. Poi, dopo che nella finale del 1994 Baggio sbagliò il rigore, pensò che la sua Italia era comunque andata molto al di là delle sue possibilità».

In campo internazionale Sacchi si tolse più di una soddisfazione.

«Una rivista inglese nominò il Milan di Sacchi la squadra di club più forte di sempre. Nel 1989, nella semifinale di Coppa Campioni, rifilò 5 gol al Real Madrid e in finale stese 4 a 0 lo Steaua Bucarest. Fu un trionfo: Barcellona fu invasa da 80mila milanisti».

Il (la) Sesia, non solo un fiume

Pubblichiamo “Il Sesia in pianura: fonte e luogo di vita, con risorse e valori da conservare” dell’architetto Gian Mario Pasquino. Il testo è tratto dalla pubblicazione “Per il Parco Naturale del fiume Sesia. Monumento da salvare”, a cura di Italia Nostra, Novara 2015.

Il Sesia, o meglio “la Sesia“ nella comune “vulgata“, come tutti i corsi d’acqua è stato ed è ancora “fonte di vita”, anche se nella nostra epoca questa sua prerogativa non è più diretta e quotidiana come un tempo.

La civiltà si è sviluppata lungo le rive dei fiumi e anche per il nostro fiume localmente vi sono stati ancora recentemente ritrovamenti archeologici, a testimoniare la presenza di insediamenti risalenti al primo secolo a.C. in prossimità del suo corso. La vita delle comunità traeva sostentamento dalla vicinanza del fiume per quanto riguardava la pesca ma anche per la cacciagione. La selvaggina trovava il proprio habitat nei boschi che circondavano le sponde e gli alberi fornivano legname sia da opera sia per il riscaldamento. I ghiaieti e i banchi di sabbia fornivano materiale da costruzione.

Queste risorse sono state sfruttate nei secoli e numerosi nuclei familiari, sino a pochi decenni fa, traevano il loro sostentamento dal fiume.

Le zone golenali ancora trenta-quarant’anni fa avevano una loro suggestiva poesia. I boschi cedui di salici e robinie caratterizzavano le sponde del fiume, seguivano le aree golenali già coltivate con impianti di pioppeti industriali, veniva quindi, prima delle aree urbane, la campagna coltivata.

Era ancora, quaranta-cinquant’anni fa, una campagna diversa. Ancora vi era la rotazione agraria: il granturco, il grano, il riso e il prato erano le coltivazioni che si susseguivano nei campi.

L’allevamento di bestiame bovino da latte e da carne completava la produzione agricola locale e della zona e in conseguenza per la produzione di foraggio diversi appezzamenti di terreno venivano mantenuti a “marcita stabile“ sfruttando le cospicue risorse d’acqua sorgiva dei fontanili.

Ricordo quello di fronte alla cascina San Pietro, raggiungibile dalla strada sterrata che conduce allo scaricatore “Sesia morta“, ma anche quello presente sul terrazzamento naturale a sinistra della strada per Vinzaglio, appena prima del passaggio a livello della ferrovia.

Quest’ultimo, in particolare, attrezzato come una vera e propria fontanella, era abitualmente usato dai contadini per dissetarsi riempiendo i famosi “barlöt“, i piccoli contenitori di legno a forma di botte per il trasporto dell’acqua. Non c’erano ancora le taniche o le bottiglie di plastica.

Negli anni del “boom“ economico, i primi anni Sessanta, il Sesia e specialmente tutta la zona della Brida, la zona della diga, in estate diventava la spiaggia non solo di Palestro ma di tutti i paesi del circondario.

La domenica si potevano vedere centinaia di biciclette, “Vespe”, motorini e le prime utilitarie parcheggiate per ogni dove. Famiglie intere si accampavano sui ghiaieti a prendere il sole e un poco di frescura dalle acque, ignorando per quanto possibile la presenza costante delle zanzare e dei tafani.

Purtroppo il fiume, capriccioso e infido, qualche sacrificio lo pretendeva, e annualmente si doveva constatare qualche annegamento. Erano gli anni in cui cominciava anche lo sfruttamento del materiale di cava. L’incentivazione dell’attività edilizia richiedeva molto materiale e dall’estrazione a mano e il trasporto con i carri a cavallo di alcuni decenni prima si passava alle draghe e alle ruspe con auto-articolati per il trasporto sempre più grandi e capienti.

Sono di quegli anni i residuati di “archeologia industriale“ ancora visibili sia in località Brida sia più a monte, in località Colonia: scheletriche strutture di cemento armato con le tramogge per la vagliatura della ghiaia sormontate da impalcature metalliche ormai arrugginite e cadenti.

Risalgono sempre a quegli anni alcune floride attività di ristorazione che hanno funzionato per alcuni lustri: la trattoria della Chiusa sulla sponda sinistra e la trattoria stagionale del “Giusipèn“, dal nome del titolare, sulla sponda destra. Quest’ultimo faceva anche il “traghettatore“ con barca per conto del comune, trasportando oltre il fiume le persone dirette alla frazione Pizzarosto o viceversa in paese.

Sempre a quel periodo risale l’inizio della fiorente attività agonistica legata alla pesca sportiva, che ha visto per quasi un trentennio le rive del fiume, in località Ronfavalle a monte della diga, teatro di campionati provinciali, regionali e nazionali con la partecipazione di centinaia di appassionati.

Nel volgere di pochi anni, un quarto di secolo, poco meno o poco più, tutto questo si è evoluto. In senso negativo, per chi come me, anche se in un’età che ancora non poteva apprezzare appieno quello che gli era attorno, aveva vissuto le realtà descritte. In senso positivo, forse, per le ultime generazioni. Abbandonate le attività estrattive, sono rimasti a far brutta mostra di sè quegli impianti arrugginiti di cui ho già ricordato, solo uno dei quali demolito.

Scomparsi per questioni economiche gli allevamenti di bestiame, sono stati prosciugati le marcite e quegli appezzamenti riconvertiti alla coltivazione del riso. Abbandonata la pratica della rotazione agraria, si è passati alla coltivazione intensiva delle risaie, trasformando a poco a poco le campagne in una landa senza piante. Sono sparite le capitozze sulle rive dei fossi, non più con argini in terra e pertanto con necessità di sempre più costosi interventi di pulizia e manutenzione a causa del costo della manodopera e la difficoltà a reperirla, sostituite da canaline in cemento di più facile pulizia e più efficace distribuzione delle acque irrigue, senza le perdite derivanti dalle rotture delle sponde.

Sono scomparsi i traghetti sul fiume; i boschetti di acacie e di salici si sono ridotti a esigue strisce sulle sponde del Roggione di Sartirana e in limitate zone golenali. In un recentissimo passato altre zone golenali coltivate da decine di anni a pioppeto sono state anch’esse convertite a risaia, si sono addirittura riempite alcune lanche. Le trattorie da anni sono chiuse e i locali che le ospitavano abbandonati al vandalismo e alla maleducazione, offrono scene tristi di degrado, come in generale le sponde del fiume e la campagna contigua, dove pullulano le discariche abusive e i depositi di materiale vario abbandonato: dalle macerie edili ai vecchi elettrodomestici, dai sacchi pieni di immondizia ai vecchi materassi, scaricati per ogni dove.

I fontanili sono quasi scomparsi; l’unico rimasto – sempre sulla strada per Vinzaglio – sopravvive in mezzo ai rifiuti, per sversare la sua residua acqua nel cavo Laghetto. Anche l’attività sportiva della pesca si è evoluta, e purtroppo non in positivo: scomparsa quasi la fauna ittica autoctona (carpe, tinche e persici), sono arrivati i pesci siluro e con essi i cormorani e gli aironi cinerini. È la natura che si evolve e l’uomo ci mette del suo e non poco.

Recenti progetti per nuove centrali per lo sfruttamento elettrico del salto della diga a Palestro non contemplavano più l’accessibilità al corso d’acqua. Il fermo imposto dalle autorità per una revisione dei progetti dovrebbe correggere questa anomalia. Tuttavia, e senza per questo creare allarmismi, ritengo che sia effettivamente giunto il momento di un’inversione di tendenza. Il maggior interesse a queste problematiche è di buon auspicio. Certamente non si potrà sperare in un ritorno al passato nè tantomeno a una ricostruzione di quanto è andato perduto.

Il fatto che si cominci a parlare di queste situazioni è già positivo. Quello che serve e di cui si ha bisogno è che si continui a parlarne perchè a poco a poco si diffonda e si propaghi nelle coscienze, specie nelle nuove generazioni, l’educazione alla conservazione e al rispetto della natura.

La scuola dovrebbe essere la prima a muoversi in tal senso, seguita, spronata e supportata dagli enti locali, i più vicini e migliori conoscitori del proprio territorio. L’impegno delle associazioni, degli operatori istituzionali ed economici, deve essere quello di sollecitare le Amministrazioni preposte, senza allarmismi, ad attuare quei vincoli minimi di tutela e salvaguardia perchè il fiume, con i suoi valori e le sue risorse, continui a essere fonte e luogo di vita.

Parco del Sesia, la Lomellina c’è

Anche Mortara e la Lomellina sono in prima fila per la costituzione del Parco naturale del fiume Sesia. Il congresso costitutivo promosso da Italia Nostra è in programma venerdì, alle 15, a Varallo Sesia: vi parteciperà anche la sezione della Lomellina con quelle di Novara, Vercelli-Val Sesia e Alessandria. Al centro dell’appuntamento interregionale ci sarà la presentazione delle relazioni illustrate da Italia Nostra nei convegni di Varallo (2006), Palestro (2007) e Alagna Val Sesia (2014).

«Con il convegno di venerdì – anticipa Giovanni Patrucchi, presidente della sezione della Lomellina – si vuole ribadire la proposta di istituire, così come avvenuto negli anni Settanta per il Ticino, il Parco naturale del Sesia lungo tutta l’asta fluviale dalla sorgente alla confluenza nel Po, ampliando e collegando le aree naturali protette già esistenti».

Il Sesia, nella discesa dal monte Rosa al Po, bagna diversi Comuni lomellini e rappresenta il confine amministrativo fra Piemonte e Lombardia. A Palestro devia parte delle acque al Roggione di Sartirana, ma riceve quelle in esubero dallo scaricatore Busca-Biraga. Riceve i torrenti Marcova e Bona e confluisce nel Po fra Candia e Breme.

«Lusinghiero ma insufficiente – aggiunge Patrucchi – ci sembra l’esito dei tre convegni promossi da Italia Nostra: adesso occorre che tutte le istituzioni pubbliche e anche private, le amministrazioni locali, la Soprintendenza regionale e, soprattutto, la Regione Piemonte si sentano corresponsabilizzate e coinvolte. Oggi Italia Nostra ritiene che vi siano le condizioni per raggiungere l’obiettivo e rilancia la proposta sulla base del Testo unico sulla tutela delle aree naturali e della biodiversità».

Gas egiziano scoperto grazie al Ced “lomellino”

gas-egitto Il Centro elaborazione dati di Ferrera Erbognone ha contribuito a scoprire l’enorme giacimento di gas al largo delle coste egiziane. Il “cervellone” dell’Eni, che conta 60mila processori posizionati su uno spazio di 5.200 metri quadrati, ha scovato un giacimento in una zona dove erano già stati effettuati diversi tentativi. L’operazione è stata illustrata da Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, in un’audizione alle commissioni Industria di Senato e Camera.

«In quest’area – ha spiegato – altre società avevano perforato dieci pozzi, risultati tutti non commerciali o comunque secchi, senza idrocarburi. Noi siamo andati comunque avanti su questa concessione perché abbiamo ricercato temi geologici differenti utilizzando un modello “dolomitizzato” e, soprattutto, i nostri modelli per reinterpretare la sismica».

Nel centro ricerca della società petrolifera situato nelle campagne di Ferrera Erbognone è stato applicato il software “Reverse time migration”, che si occupa della “migrazione sismica”: calcola l’immagine del sottosuolo partendo dai dati sismici e della velocità sismica. Nel Centro elaborazione dati di Ferrera, esteso su una superficie di 50mila metri quadrati, i computer convertono i dati sismici in immagini simulando la propagazione delle onde sismiche nel sottosuolo. Alla scoperta del giacimento egiziano hanno partecipato anche gli uffici di San Donato Milanese e i laboratori di Bolgiano, dove si creano i modelli geologici. Inoltre, per stimare la velocità di propagazione sismica, che varia secondo le condizioni geologiche, si è usato un secondo software, “Eni-Depth velocity analysis”.

«Non possiamo che congratularci – dice il sindaco Roberto Scalabrin – con i tecnici del Ced di Ferrera, un’eccellenza tecnologica di livello mondiale».