Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 5.600 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 5 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Tutto il latino… italiano

Dal sito http://www.nuoveutile.it di Annamaria Testa

Ho pubblicato una prima lista qualche tempo fa. Le usiamo tutti i giorni, qualche volta interrogandoci sul loro significato, spesso senza accorgerci che di latino si tratta e a volte scambiandole per espressioni inglesi (è il caso di tutor, sponsor, monitor… ma c’è anche chi scrive out out intendendo aut aut).Continua a leggere “Tutto il latino… italiano”

Latino lingua morta? Non è così

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Latino lingua morta? Non proprio.Continua a leggere “Latino lingua morta? Non è così”

Inglese su Twitter? No, latino!

latIl latino, la lingua perfetta per comunicare su Twitter. La brevità dell’idioma di Cicerone funziona benissimo. Lo sa bene qualunque traduttore: i romani esprimevano il maximum dei concetti ricorrendo al minimum delle parole. Anche se un display non potrà mai riprodurre i suoi mutevoli e profondi livelli di significato.

  • di Ivano Dionigi, Magnifico Rettore dell’Alma Mater Studiorum di Bologna dal 2009 al 2015 e oggi presidente della Pontificia Accademia di Latinità, fondata nel 2012
  • dal quotidiano la Repubblica, lunedì 22 dicembre 2014

Paradossale, ma innegabile: la lingua latina – proprio a causa della sua brevitas, vale a dire del suo stile lapidario e conciso, spezzato ed essenziale – si rivela particolarmente adatta al moderno linguaggio della comunicazione, incentrato sulla semplificazione, sulla battuta, sullo slogan. Da questo punto di vista il latino trova in Twitter un veicolo congeniale, un alleato fedele, una applicazione felice. Questo avviene perché il latino è lingua sintetica e non analitica, grazie al sistema della declinazione e alla possibilità di sottintendere lo stesso verbo. Questa natura sintetica consente al latino di esprimere il maximum del significato ricorrendo al minimum del significante. Si avvera così il detto senecano «plus significare quam loqui», «far intendere più di quanto si dica».

Lo sapevano bene i traduttori che fin dai tempi di un Delille si interrogavano sulle difficoltà di replicare la densità sintattica dei testi latini nell’andamento perifrastico e prolisso delle lingue romanze; lo sperimentiamo noi nel constatare quanto la pagina tradotta ecceda sempre quella dell’originale a fronte.

Formidabili strumenti di brevitas sono l’uso complesso e pregnante dell’ablativo assoluto («Caesare duce», «sotto la guida di Cesare») e del participio congiunto («ne mente quidem recte uti possum, cibo et potione completus», «neppure la mente posso usare bene, se sono satollo di cibo e bevande»); sintagmi quali «ab Urbe condita» («dalla fondazione di Roma») o «post Christum natum» («dopo la nascita di Cristo»), che in italiano necessitano di espressioni contenenti astratti verbali; il «sermo simplex» («il linguaggio essenziale») di Orazio, incentrato sull’«ordo verborum» («la disposizione delle parole») e culminante nella espressività della «callida iunctura», «il nesso furbo», vale a dire l’accostamento inatteso – vogliamo dire smart? – di parole solitamente usate in contesti diversi e già collaudati; la sententia senecana, vale a dire la frase breve, acuminata, costruita sull’antitesi delle parole. Nella confezione di questa struttura sentenziosa Seneca doveva trarre conforto sia dalla sua formazione retorica, dal vigor oratorius, sia più in generale da quella che egli chiamava la potentia della lingua latina in opposizione alla gratia della lingua greca.

Il fondamento teorico di questa brevità asciutta e tagliente va rinvenuto nella syntomìa (concisione) stoica e ancor prima socratica: una sorta di retorica dell’antiretorica che si opponeva alla makrologìa (prolissità) dei Sofisti; per cui il dire degli Stoici si connota come breve e acutum. L’esemplificazione più riuscita e vistosa di questo stile si ha proprio nello stoico Seneca, il quale invitava esplicitamente a scrivere «carminis modo»: infatti «facilius… singula insidunt circumscripta et carminis modo inclusa» («se circoscritti e racchiusi nella misura del carmen, i singoli pensieri penetrano più facilmente»). La frase di Seneca è concepita a mo’ di carmen, termine ad elevato tasso di centralità e complessità nella stessa vita quotidiana dei romani, perché – in conformità alla sua etimologia (da cano, canto, suono) – oltre al prioritario significato di verso poetico, indicava qualsiasi espressione formulare e modulare: la preghiera, la dizione magica, l’oracolo, il proverbio, la ricetta medica, il canto militare, la locuzione giuridica, l’indovinello.

Di qui la portata psicagogica del carmen: «sensus nostros clariores carminis arta necessitas efficit» («i nostri pensieri risultano più perspicui se obbediscono alle severe leggi del carmen»). È per questo che le sententiae senecane più facilmente persistono nella memoria, piegano la volontà, curano l’animo: infatti – come ha commentato Quintiliano – «esse feriscono l’attenzione e in un sol colpo spesso la obbligano a cedere, restano impresse per la loro stessa concisione e dilettando persuadono» («feriunt animum et uno ictu frequenter inpellunt et ipsa brevitate magis haerent et delectatione persuadent»).
Questo peculiare carattere comunicativo non solo non sorprende, ma doveva apparire connaturale alla lingua di Roma, dove la politica ha il primato e dove l’oratoria occupa quel posto che ad Atene era detenuto dalla filosofia.

Qualche esempio tratto dalle sententiae di Seneca: «vindica te tibi» («riprendi il possesso di te stesso»: 13 lettere in latino, 28 lettere in italiano); «suus nemo est» (11 lettere in latino; «nessuno appartiene a se stesso»: 23 lettere in italiano ); «protinus vive» (12 lettere in latino; «vivi senza aspettare»: 18 lettere in italiano).

Caratterizzati da pregnanza epigrammatica, questi brevi moniti, facilmente memorizzabili, erano solitamente posti a inizio o a conclusione di un ragionamento, con la funzione di convincere l’interlocutore a seguire l’insegnamento filosofico e il perfezionamento morale. La loro estrema incisività li ha resi proverbiali per il linguaggio dell’interiorità: da Agostino a Petrarca, fino a Montaigne.

Altre sentenze sono poi caratterizzate, oltre che dalla brevitas, dalla simmetria formale, che si accompagna all’antitesi concettuale: «non vitae sed scholae discimus» («impariamo non per la vita ma per la scuola»), «ille [cioè Deus] extra patientiam malorum est, vos supra patientiam» («lui è al di fuori della possibilità di patire il male, voi siete al di sopra»), «impares nascimur, pares morimur» («nasciamo diversi, moriamo uguali»), «cogita semper qualis vita sit, non quanta sit» («pensa sempre alla qualità della vita, non alla quantità»), «non ille diu vixit, sed diu fuit» («non è vissuto a lungo, ma è stato al mondo a lungo»).

Questa estrema concentrazione non appartiene al solo Seneca, ma a uno stile espressivo che caratterizza la lingua latina a diversi livelli, manifestandosi anche nella comunicazione non letteraria: pensiamo alla potenza espressiva dell’iscrizione funeraria «morituri resurrecturis» («i destinati a morire ai destinati a risorgere»: due parole rispetto alle otto dell’italiano, e quasi il doppio delle lettere), oppure alle tre parole coniate per una medaglia da Alfonso Traina «tenebre scenti saeculo illuxit», per significare «rifulse come una luce in un mondo che stava per sprofondare nelle tenebre». In casi come questi, evidentemente, i limiti materiali imposti dal supporto scrittorio, quali una lapide o una medaglia, favoriscono la ricerca della brevitas.

Limiti analoghi sono posti, come ben sappiamo, dalle rapide comunicazioni di oggi. E allora, a fronte delle sententiae citate, forse possiamo concludere che i 140 caratteri di Twitter sono quasi esagerati per il latino; paradossalmente, dunque, Twitter risulta non solo non inidoneo e non costrittivo per il latino ma fin troppo capiente e addirittura prolisso.

Senza dimenticare che il latino si annida irrimediabilmente proprio nello strumento e nel linguaggio informatico: computer è acquisito dal latino (computare) attraverso l’inglese, e la stessa chiocciolina @ dell’indirizzo email cos’altro è se non l’inglese che deriva dal latino, a indicare il server a cui indirizzata la posta?

E senza dimenticare – a ulteriore prova della persistenza universale del latino – che lo scoop giornalistico di questo inizio millennio l’ha fatto la vaticanista Giovanna Chirri, a cui la conoscenza della lingua di Roma ha permesso di bruciare sul tempo tutti i colleghi annunciando al mondo per prima quelle dimissioni di papa Benedetto.

E senza dimenticare – sempre con Traina – il “malinconico paradosso” del latino: lingua morta eppure potentemente espressiva.

Certo un tweet in latino può non solo suscitare un’emozione estetica, favorita dalla nostalgia e dal ricordo di passate frequentazioni classiche, ma anche creare un felice corto circuito antico / presente in cui l’oggi si illumina grazie alla citazione di un personaggio, di un episodio, di un detto di ieri.

Ma il rigido e sincronico Twitter, connaturato al e per il lineare e veicolare inglese, non potrà mai comprendere pienamente le iridescenze etimologiche e le stratificazioni semantiche di una lingua, quale quella latina, naturaliter diacronica e metamorfica, tutta sub specie temporis perché incentrata sul verbo, «angelo del movimento che dà spinta alla frase» (Baudelaire). Lingua duttile e che si lascia plasmare, non irresistibile, anzi resistibilissima; lingua matrice delle lingue neolatine dal Mar Nero all’Atlantico. Lingua che vive della profondità della distanza e della differenza, e che per questo non si lascia catturare dal primo piano dello schermo.

 

Annibale e Scipione al Ticino

  • Quinta e ultima parte

Don Calvi scrive alla metà del XIX secolo, ma il suo lavoro uscirà postumo nel 1874, sei anni dopo la morte. Nel 1881 un altro sacerdote, il vigevanese Antonio Colli, dà alle stampe Ricerche storiche sulla Lomellina, in cui fa rilevare una presunta discrepanza nel testo liviano.

Veduta aerea di Lomello
Veduta aerea di Lomello (foto di Flavio Chiesa)

In un’edizione del XXI libro dello storico patavino si legge, appunto, a vico tumulis, ma don Colli cita una seconda versione, in cui Scipione si fermò a 5.000 passi non dal piccolo villaggio nei pressi del Ticino, ma dai victumulis in cui il comandante cartaginese aveva posto gli accampamenti. Sarebbe indispensabile, dunque, risalire alle esatte parole utilizzate da Tito Livio, il cui racconto andrebbe comunque confrontato con la conformazione morfologica dei luoghi, con le strade allora utilizzate e con le etimologie dei toponimi. Don Colli cita le edizioni della storia Ab urbe condita di Venezia del 1683 e di Torino del 1750 – quest’ultima presa in esame dal Robolini – da cui prevarrebbe l’ipotesi della battaglia fra Garlasco, Tromello e Gambolò. “Il vico cui da Tito Livio si accenna dovrebbe essere Vigevano, che corrisponde appunto nella sua denominazione a questa parola Vicus Lævorum, donde è derivato il nome di Viclevo o Vigevano”, precisa don Colli. E i tre paesi lomellini presunto teatro dello scontro sono situati all’incirca a 5.000 passi a sud di Vigevano. Non ci dilunghiamo, invece, sulla tesi riportata dal sacerdote, ma già esposta dal Pollini: che la località in questione possa essere stata appunto quell’ad tumulis di Tito Livio, che fu poi corretta in Antona, ragguardevole abitato e forse città.
Da ultimo, una curiosità, destinata comunque a rimanere tale. Don Colli si rifà a una carta corografica del Rusconi, inserita nel volume Gli Ictimoli e i Bessi, per alimentare le indiscrezioni su un fantomatico borgo di Maàrbale, che prende il nome dal comandante di cavalleria numida agli ordini del Cartaginese. Rusconi lo colloca fra Cergnago e San Giorgio Lomellina, in riva al torrente Arbogna. Leggenda o verità?

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Natale? Festa precristiana del Sol invictus

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Sol Invictus

I Vangeli collocano la nascita di Gesù in un periodo storico preciso – il regno di Erode il grande – ma non offrono riferimenti a una data. E nei primi due secoli non risulta nemmeno che i cristiani celebrassero il Natale: non compare nell’elenco delle feste compilato da Ireneo nel II secolo, mentre un altro grande teologo dell’epoca – Origene – ironizzava sui compleanni come pratica pagana.Continua a leggere “Natale? Festa precristiana del Sol invictus”

Annibale e Scipione al Ticino

  • Parte quarta

E qui il nostro interesse si ferma perché ci troviamo già nell’attuale provincia di Piacenza. Ora dobbiamo capire dove si svolse la battaglia del Ticino. Mi pare che negli ultimi due secoli si siano accavallate le teorie più disparate e contraddittorie. Ogni storico o studioso di storia locale pretendeva, come segno di incondizionato e imperituro prestigio, che il primo scontro della seconda guerra punica si fosse combattuto sul territorio del proprio paese. Da dove iniziamo?

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Chi ha detto che il latino è una lingua morta?

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Licet nobis errare, sed non tacere

In Spagna gli amici dell’associazione CulturaClasica.com sono riusciti, in quindici anni di attività, a diffondere un modo nuovo di pensare l’insegnamento del latino e del greco. L’articolo che segue, che traduciamo dall’originale spagnolo apparso su El Mundo, è il frutto dell’esperienza di un docente universitario spagnolo, che utilizza nelle sue classi il metodo induttivo-contestuale.

La lingua per eccellenza dell’antico Impero Romano torna in vita in alcune classi dell’Università di Navarra, in Spagna. Il professore di Filologia Latina Alvaro Sánchez-Ostiz, che tiene  l’insegnamento di Lingua e cultura latina, è il colpevole del fatto che molti alunni del primo anno di Filologia Spagnola e di Filosofia sono capaci di parlare latino come chiunque apprenda qualsiasi altra lingua straniera.

Gli alunni hanno una specie di shock il primo giorno – dice il professore – perché le lezioni sono interamente tenute in latino, dall’inizio alla fine e inoltre è richiesta la loro partecipazione attiva.

Questo docente ritiene che tutti gli studenti delle sue classi debbano comunicare in latino quanto più e meglio possano. Per iniziare, ai ragazzi è chiesto di scrivere il loro nome in lingua latina (Iacobus, Beatrix, Hieronymus…). Sánchez-Ostiz applica in classe il Metodo Attivo per apprendere una lingua, una tecnica che sta prendendo piede anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Italia.

Quando studiai Filologia Classica – ricorda il professore – erano pochissimi coloro che si avvicinavano a questo tipo di metodo e, a dire il vero, io stesso l’ho sempre guardato con un certo scetticismo. Tuttavia, tre anni fa ho seguito un corso di latino vivo organizzato a Roma e ho cambiato opinione. Lì mi resi conto che non solo era possibile tenere una lezione ad una classe in latino, ma anche che l’alunno assimila  molto più rapidamente le strutture morfo-sintattiche e il vocabolario.

LE LEZIONI SONO TENUTE IN LATINO

Durante le lezioni vengono usate viene adottato un libro (Familia Romana, n.d.t.), per l’insegnamento attivo del latino e si fanno esercizi pratici in aula. Nelle strategie didattiche che il professore include nel corso, si aggiungono momenti di divertimento che aiutano comunque a raggiungere l’obiettivo dell’apprendimento.

Interagiamo con spade, cappelli e altri oggetti che hanno a che vedere con i testi.  Interpretando alcune scene gli alunni ricevono i benefici di un apprendimento visivo senza rendersene conto. Dopo lo shock iniziale, i miei alunni si lanciano poco a poco a intervenire in latino, abbandonando il timore di commettere errori, fase essenziale nell’apprendimento di qualsiasi lingua, continua il professore, che basa le sue parole su una ventennale docenza.

Una delle regole che vige a lezione è licet nobis errare, sed non tacere.  Vale a dire che i ragazzi “sanno perfettamente che possono commettere errori, ma non gli è permesso rimanere in silenzio”. Ci sono anche ragazzi timidi in aula, ma il clima disteso e di divertimento li invoglia a partecipare. “Sono incantati dalle lezioni e apprendono molto”.

“La ricetta è: una dose di grammatica, di cultura romana e un pizzico di risate e buon umore”, rivela il professore. Questa combinazione di successo si sta riflettendo nei buoni voti dei parziali dei suoi cento e più alunni, capaci di parlare, comprendere e leggere fluidamente il latino in poco tempo.

Tatiana Marquez
El Mundo
[traduzione di Giampiero Marchi]

Fonte: www.elmundo.es/f5/2015/12/21/5670506aca474120578b466d.html