Lingua italiana e inglesismi: come salvare il salvabile

lessiIntervista con il prof. Raffaele Simone, filosofo e linguista, sull’invasione di termini stranieri nell’italiano.

da La voce di New York

Abbiamo posto alcune domande sull’invasione di parole straniere nella lingua italianaRaffaele Simone, filosofo e professore Emerito di Linguistica. Docente di Linguistica generale presso l’Università di Roma Tre, Raffaele Simone ha insegnato in diverse università italiane. Direttore del Dipartimento di Linguistica (1995-2008), ha fondato e coordina il Triple – Tavolo di Ricerca sulla parola e il lessico. Già vicedirettore della Redazione Multimediale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, Simone ha diretto diverse collane editoriali e ha fatto parte di commissioni e comitati ministeriali per la redazione di programmi educativi e per la diffusione della lingua italiana all’estero. Negli Usa ha insegnato per vari periodi alla NYU, alla Columbia, a Yale, e al CSLI di Berkeley. Consulente editoriale, componente del comitato editoriale di riviste internazionali (da ultimo del “Bulletin de la Société de Linguistique de Paris” e “Langages”) attualmente si occupa di teoria della grammatica, teoria delle costruzioni e delle categorie, comparazione di lingue romanze, tipologia linguistica. Fuori dall’ambito tecnico, si occupa di filosofia della cultura e di politica universitaria, e in questi ambiti ha pubblicato saggi e volumi, diversi dei quali tradotti in varie lingue con cui ha vinto diversi premi per la saggistica.Continua a leggere “Lingua italiana e inglesismi: come salvare il salvabile”

Ripensare il latino preservandolo

di Luca Serianni
Il Sole-24 ore
21 maggio 2016

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Accostarsi a una lingua antica è molto diverso rispetto allo studio di una qualsiasi lingua moderna: non in sé, perché anche una lingua moderna si presterebbe a tutte le riflessioni metalinguistiche e ai ragionamenti affrontati dagli alunni che si cimentano nella classica versione di latino o di greco. Ma è ovvio che le lingue moderne si studiano a scuola soprattutto per raggiungere una piena padronanza comunicativa da spendere nell’interazione con altri interlocutori. Diversi sono i tempi, i ritmi e anche gli scopi con cui affrontiamo un testo latino o greco. Qualche anno fa Gian Luigi Beccaria ha scritto un Elogio della lentezza (Aragno, 2003), vista come condizione preliminare rispetto a qualsiasi lettura disinteressata; e non sarà casuale che un volumetto dallo stesso titolo sia apparso nel 2014 per il Mulino ad opera del neuroscienziato Lamberto Maffei, che ha illustrato i vantaggi di una civiltà che valorizzi la riflessività e il pensiero lento, funzionali alla fisiologia dei meccanismi cerebrali umani.

Latino e greco si studiano perché offrono la possibilità di confrontarci con un sistema linguistico e culturale che è insieme molto vicino e molto distante. Distante per l’intervallo storico e il mutamento degli orizzonti ideologici, ma tuttavia vicino per il suo innegabile carattere fondativo della civiltà occidentale e per il continuo ripullulare dell’immaginario classico nella esperienza delle generazioni moderne: l’umanesimo inteso come ciclico ritorno alle fonti della latinità e in genere ai miti del mondo classico è, com’è noto, una costante della storia occidentale, dall’alto Medioevo in avanti.

Pensiamo soltanto alla fortuna del neoclassicismo architettonico, anticipato da Palladio, in area anglo-americana nel Sette e Ottocento o alla presenza della mitologia greca, attraverso la rilettura delle vicende di Edipo, di Narciso o del Minotauro, operata alla fine dell’Ottocento dalla psicoanalisi, ossia da uno dei più tipici paradigmi epistemologici della rivoluzione novecentesca. Se tutto questo è vero, tornando alle specifiche ricadute sulla scuola, occorre rivedere la corrente gerarchia scolastica, che pone al vertice la prova di versione. Gli inconvenienti sono noti. Si riduce oltremodo la lista dei testi da proporre, sacrificando ad esempio brani poetici o testi postclassici, anche se culturalmente decisivi. Si svilisce, in una prospettiva angusta (nam tradotto invariabilmente con “infatti”) o francamente errata (l’infinito aoristo tradotto meccanicamente come un infinito composto, quando la differenza sta nell’aspetto dell’azione), un’operazione, quella della traduzione, che potrebbe dare il meglio di sé confrontando traduzioni d’arte di grandi testi della classicità. Ma l’inconveniente principale sta in un soverchiante apparato grammaticalistico fine a sé stesso: non si parte dal testo in quanto tale, come sarebbe necessario, ma si cercano testi che illustrino le regole di volta in volta esposte nella teoria.

L’apparato teorico dovrebbe invece essere ridotto al minimo, specie in quei corsi di studio (il liceo scientifico tradizionale, il liceo linguistico, il liceo delle scienze umane) in cui il latino è marginale, sia come monte ore sia, quel che più conta, nella percezione degli alunni che li frequentano. Permettetemi un esperimento, per il quale basterebbe assicurare agli alunni la conoscenza delle prime tre declinazioni (la quarta e la quinta hanno un rilievo secondario già nel latino classico e potrebbero persino essere tralasciate, un po’ come avviene, non da oggi, col duale nei corsi di greco), le coniugazioni attiva e passiva, la declinazione pronominale.

Come oggetto ho scelto, com’è giusto, un grande classico, presente nella memoria non solo di tutti i laureati in Lettere ma anche degli adulti che abbiano alle spalle un buon liceo: la prima ecloga di Virgilio. Il verso iniziale è famoso: «Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi», «Tu, Titiro, sdraiato sotto la copertura di un grande faggio». Privilegiamo “la lettura lenta”. Le parole di Virgilio fanno emergere i rapporti con altre forme corradicali e con il lessico italiano.Patulus ha la stessa radice di patere “essere aperto” (di qui l’aggettivo italiano patente “chiaro, evidente”; e la familiare patente, da un’anteriore lettera patente “documento che dà pubblica legittimazione a un comportamento”: oggi, per antonomasia, la guida di un veicolo) ma anche di patibulum, la forca eretta in luogo pubblico perché il supplizio del reo fosse di ammonimento generale. Recubare è composto di cubare, che continua nel nostro covare e dà vita a una ricca costellazione semantica: dal concubino “che giace insieme” con chi non dovrebbe, all’incubo, lo spirito maligno che si credeva gravare sul petto del dormiente, al cubicolo, la stanza da letto nell’antica casa romana. Tegmen ha la radice di tegere “coprire” e dunque appartiene alla famiglia di tetto, tegola, teglia e, anche, con apofonia, di toga, originariamente “veste” per entrambi i sessi, prima di specializzarsi come indumento maschile. Dal lessico alla morfologia. Fagus è femminile in latino, come in genere i nomi di piante, a partire da arbor(di «odorata arbore amica» parla Foscolo nei Sepolcri, ed è uno dei tanti esempi della pressione del modello latino sull’italiano letterario).

La notazione può servire anche per far riflettere sull’impredicibilità del genere nei nomi “non animati” e dunque sulla variabilità intrinseca delle lingue: non c’è nessuna ragione per cui in tedesco il “sole” sia femminile e la “luna” maschile (die Sonne, der Mond) o, all’interno delle lingue romanze, il “fiore” sia maschile in italiano e femminile in francese, il “sale” maschile in italiano e francese, ma femminile in spagnolo. Naturalmente, non è pensabile che l’intero testo sia sottoposto a un esame così minuzioso. Ogni insegnante valuterà che cosa dire e fin dove spingersi. Quel che è certo è che questo tipo di operazione non è semplificante rispetto al tradizionale approccio grammaticale-sintattico ed è forse più efficace per suggerire il senso del classico. Pensare di continuare a insegnare il latino come si è sempre fatto non è possibile, ed è inutile stracciarsi le vesti: meglio, invece, cogliere questa occasione per pensare a rinnovare il modo di proporre i testi della classicità. E accanto a Virgilio, e in genere alla letteratura degli scrittori che Aulo Gellio definiva appunto classici, credo di debba fare spazio al latino deiVangeli, un testo indubbiamente decisivo tra quelli scritti, o almeno divulgati in Europa occidentale in latino. Ma di Vangelo a scuola si parla solo nell’ora di religione. Perché? Proprio l’accentuata secolarizzazione della società, in cui i cristiani sono una minoranza, rispetto a una maggioranza costituita da agnostici e da fedeli di altre religioni, dovrebbe rendere più libero l’insegnante che voglia proporre il latino dei Vangeli a scuola: è impensabile prescindere, in termini storici, filosofici, artistici e letterari, dal patrimonio rappresentato dal Cristianesimo ed è importante fornirne i presupposti culturali proprio alla maggioranza che ne è distante come scelta individuale di fede. Eliminare, o almeno ripensare le prove scritte di latino non significa necessariamente ridurre il peso del latino come disciplina scolastica. La matematica è una materia molto importante anche nel liceo classico, benché non siano previsti compiti scritti obbligatori. L’Italia ha una tradizione di studi superiori di tutto rispetto che deve essere salvaguardata, anche nella sua componente tipicamente umanistica: ma salvaguardare significa, qui più che mai, ripensare e rinnovare.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-05-17/preservare-latino-e-ripensarlo-163521.shtml?uuid=ADcQuJH&refresh_ce=1

Quanti professori d’italiano in rete!

errori-di-grammaticaUn elenco (d’autore) delle ragioni per cui siamo morbosamente interessati alla grammatica (e agli errori di grammatica)…

Se state leggendo queste parole, siete la dimostrazione della premessa: che la grammatica attira clic (magari non come i gattini, magari non come le celebrity, ma fa la sua marcia figura). Qui proverò a fare un elenco delle ragioni per cui siamo morbosamente interessati alla grammatica (e agli errori di grammatica).

1 – Si scrive molto di più. Una volta, un adulto sgrammaticato gli errori li faceva a voce, a beneficio dei pochi che lo ascoltavano. Al massimo, poteva spingersi fino a storpiare i nomi delle verdure sui cartellini al mercato (per anni mi sono chiesto come si chiamassero davvero quegli strani cipollotti: lampaccioni,l’ampascione?). Adesso tutti passiamo il tempo a scrivere, e (come sa anche chi non conosce il latino) verba volant, scripta manent. Dunque si possono fotografare, salvare, condividere. E questo ci porta al punto 2.

2 – Gli strafalcioni fanno ridere. Lo dimostra il successo di gallery di insegne, cartelli, schermate di chat piene di errori di ortografia, grammatica, sintassi (non posso non ricordare qui un fantastico cartellino nel banco di un supermercato, QULATELLO, fatto con le lettere di plastica per comporre le parole; magari avevano semplicemente finito le C). E la risata è consolatoria: così in basso non sprofonderò mai, ci diciamo. Ma poi ci assale un dubbio: e se capitasse anche a me, magari in una mail di lavoro? Urge trovare punti di riferimento. E dove li trovo? In rete. Passiamo al punto 3.

3 – Il mondo è pieno di gente pigra. Un bambino torna a casa con i compiti di analisi logica e chiede aiuto alla mamma. La quale che fa? Invita il pargolo a sbrigarsela da solo? Apre il vocabolario? Consulta la grammatica del figlio? No: scrive sul gruppo WhatsApp dei genitori della classe, o su Facebook, o chiede in rete. E qui arriviamo al punto 4.

4 – Il mondo è pieno di gente vogliosa di aiutare. E di dare pareri argomentati, e in generale di discutere di grammatica. Io per esempio faccio parte di un gruppo su Facebook, La lingua batte (legato alla trasmissione domenicale di Radio3), che in questo momento ha 23.177 membri, pronti a segnalare errori, a riflettere sull’evoluzione e sullo stato della lingua e a fornire risposte ai dubbi linguistici e grammaticali. Ma cosa succede se i pareri sono opposti? Passiamo al punto 5.

5 – Il mondo è pieno di gente che vuole litigare. E la grammatica è uno splendido pretesto. Non solo perché l’italiano è una foresta piena di dubbi e certe questioni sono oggettivamente spinose. Ma anche perché alcuni tendono a considerare errore o intollerabile caduta di stile tutto ciò che non è di loro gusto; mentre altri, al contrario, considerano tutte le regole una questione di gusti.

Quale che sia la ragione, la grammatica è comunque popolare in rete. Così anch’io ho deciso di cavalcare la tigre: tre settimane fa ho aperto il mio blog Grammaland (cito dalla testata: “regole della grammatica, libri da leggere, idee per scrivere bene e altro ancora”). Qual è (senza apostrofo) il mio scopo? La voglia di litigare non c’entra (con l’apostrofo). C’entra il desiderio di fornire delle risposte, o magari di insegnare ai lettori (grandi e piccini) a usare il vocabolario per trovarsele da soli, le risposte. O di far capire che la cosa importante, anche nelle questioni di lingua, è farsi delle domande.

PS: il nome corretto della Leopoldia comosa è lampascione (o lampagione).

L’AUTORE – Massimo Birattari, consulente editoriale, traduttore, autore, ha scritto Italiano. Corso di sopravvivenza (Tea), È più facile scrivere bene che scrivere male (Ponte alle Grazie) e quattro romanzi per ragazzi, su grammatica, scrittura, lettura: Benvenuti a Grammaland, La grammatica ti salverà la vita,Scrivere bene è un gioco da ragazzi, Leggere è un’avventura (tutti Feltrinelli Kids). È l’autore anche della scatola-gioco Le carte della grammatica (Gribaudo). Il suo blog è www.grammaland.it.

http://www.illibraio.it/perche-web-parla-tanto-grammatica-363507

L’inglese (eccessivo) avanza nelle università!

curContinua l’azione del gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca nell’individuazione di anglicismi incipienti, degli anglicismi cioè che hanno già un buon livello di diffusione e che, tuttavia, non hanno ancora preso piede nel parlato degli Italiani. Questa volta è il turno di una serie di anglicismi utilizzati da diverse istituzioni universitarie italiane.
In un comunicato il gruppo Incipit ha invitato i rappresentanti delle istituzioni universitarie a riflettere sul rischio che questa «fitta terminologia aziendale anglicizzante venga applicata in maniera forzosa e sia esibita per trasmettere un’immagine pretestuosamente moderna dell’istituzione universitaria, lasciando credere agli utenti e agli operatori professionali che i termini tecnici inglesi siano privi di equivalenti nella lingua italiana, cosa che appare falsa». Continua a leggere “L’inglese (eccessivo) avanza nelle università!”

Due abbazie benedettine unite per un giorno

 

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L’abbazia benedettina di San Pietro, oggi sede del Comune di Breme

Due luoghi sacri che hanno scritto la storia religiosa e non del Nord Italia per lunghi secoli. Oggi (sabato 11 giugno) rivivranno i percorsi millenari delle abbazie benedettine dei santi Pietro e Andrea della Novalesa, in val di Susa (Torino), e di Breme, già dedicata a san Pietro e ora sede del municipio e dell’asilo infantile. Alle 15 nel chiostro dell’antica abbazia di Breme sarà inaugurata la mostra fotografica “L’abbazia di San Pietro in Breme: un percorso di fede e di storia tra la Lomellina e l’Europa”, realizzata dal Comune e dall’Accademia di San Pietro, coordinata dal parroco don Cesare Silva.Continua a leggere “Due abbazie benedettine unite per un giorno”

L’italiano non è una lingua da museo

Cultura sì, ma anche veicolo di affari

di Paolo Di Stefano

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Nicolò Machiavelli

Dante, Petrarca, Machiavelli, Galileo… C’è una lingua più bella dell’italiano? Domanda complicata e probabilmente inutile: le lingue non sono né belle né brutte. Ma lasciando perdere i confronti, certo è che l’italiano può vantare punte eccelse di stile, di dolcezza, di eleganza, di armonia. Non per nulla Thomas Mann lo definì «idioma celeste», ovvero «la lingua degli angeli». Associare l’italiano alla Bellezza per antonomasia, sia pure con l’aiuto di numerosi stereotipi, è stato un esercizio praticato per secoli: le cosiddette Tre Corone furono per molto tempo un modello linguistico insuperato in Europa. E oggi l’italiano resta per molti una lingua di cultura, di arte, di turismo, di emigrazione, senza dimenticare che gli ultimi tre papi, stranieri, non hanno mai smesso di utilizzare la nostra lingua come lingua ufficiale con cui parlare al mondo cattolico, una sorta di «inglese dei preti». La lingua italiana è una risorsa per il Paese, anche economica, oltre che culturale e identitaria. E come ogni risorsa, per essere conservata, anche la lingua ha bisogno di cure, di attenzione.Continua a leggere “L’italiano non è una lingua da museo”

La mondina meccanica che arriva dall’India

La prima trapiantatrice nelle risaie della Lomellina. A Ottobiano l’utilizzo della macchina agricola nei campi della famiglia Bottone, verso Lomello, ha suscitato notevole interesse da parte del mondo agricolo lomellino. Il mezzo fatto arrivare direttamente dall’India ha messo a dimora in un terreno di 50 pertiche milanesi le piantine ottenute in vivaio. Alla guida c’era un operatore indiano, coordinato dalle rive della risaia da un connazionale e dal medese Marco Zafferoni.Continua a leggere “La mondina meccanica che arriva dall’India”

L’epopea risorgimentale rivive a Palestro

Palestro re testa truppe
I bersaglieri piemontesi all’attacco

Da domani a domenica Palestro commemora il 157esimo anniversario della battaglia risorgimentale, che il 30 e 31 maggio 1859 vide contrapposte le truppe franco-piemontesi e quelle austriache. Si partirà domani, alle 21, a villa Cappa Pietra di via Indipendenza con la presentazione del libro Manzoni e la spia austriaca, a cura dell’autore Umberto De Agostino, e il racconto fotografico di precedenti commemorazioni realizzato da Pierangelo Ubezzi e commentato da Giancarlo Bessi e Riccardo Pietra.Continua a leggere “L’epopea risorgimentale rivive a Palestro”