Il Canale Cavour compie 150 anni

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Sergio Mattarella a Vercelli per il 150° anniversario del Canale Cavour

«Il Canale Cavour è un’opera ciclopica, che da un secolo e mezzo garantisce lo sviluppo di un settore importante come quello risicolo. Ma oggi più che mai è necessario un oculato investimento in forme di agricoltura sostenibile». Così sabato 24 settembre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha celebrato il 150esimo anniversario della costruzione del canale che bagna le risaie del Vercellese, del Novarese e, grazie a una fitta rete di canali secondari, l’intera Lomellina. La visita ufficiale del capo dello Stato è stata organizzata dalla Coutenza Canale Cavour, formata dalle associazioni d’irrigazione Est Sesia, competente per la Lomellina e per il Novarese, e Ovest Sesia. Continua a leggere “Il Canale Cavour compie 150 anni”

Scegliere il classico nell’era dei “mi piace”

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Il liceo classico “Carducci” di Milano

di Roberta Romussi, professoressa di Latino e Greco al liceo “Carducci” di Milano

Faccio l’appello in Aula magna e su per le scale. Per loro: scuola nuova, primo giorno della prima Liceo, scale nuove, facce nuove. Per me: la mia scuola, scale mille volte salite e scese, ennesimo primo giorno del Liceo classico da sempre, facce nuove. Quindi la prima cosa è la faccia: su questo siamo tutti nuovi e questo sarà oggi il principale terreno di confronto.

Iniziamo coi saluti e le presentazioni di tutti i professori della classe; comincio io, la Coordinatrice. Racconto loro la storia dell’archeologo Manolis Andronikos, la cui bellissima faccia, con gli occhialoni e la barba, ho visto in fotografia più volte questa estate nel mio viaggio nel Nord della Grecia. Andronikos ha cercato per 20 anni le tombe degli antichi re macedoni, ha studiato e formulato ipotesi, ha avuto ragione: il sito di Aegae, l’antica capitale della Macedonia, era a Vergina e non a Edessa come si pensava. Ha scavato e ha trovato. Ha tenuto in mano le ossa di Filippo II, il padre di Alessandro, e ha pianto. Cosa lo ha condotto al successo? Certamente lo studio, le conoscenze, il ragionamento, ma anche l’immaginazione, la capacità di vedere come dovevano essere andate le cose, anche quando le fonti tacevano, la forza di figurarsi i luoghi anche quando erano scomparsi, la visione dove era buio. Ecco. Per iniziare a studiare il mondo antico, occorre non vederlo come un Museo, dove tutto è ben raccolto e classificato: il mondo antico è piuttosto un mare (e qui cito Luciano Canfora) in cui emergono degli isolotti, ma la maggior parte del territorio e delle opere è sommerso, è sotto, e bisogna immergersi con curiosità e immaginazione per approssimare una qualche conoscenza di esso.

Mi sembra un bel discorso e infatti i colleghi con me lo riprendono per tutte le materie: ci vuole curiosità, iniziativa, disponibilità a mettersi in gioco (la faccia di Einstein). Eppure gli studenti restano freddini, per quanto sia possibile nel caldo tropicale di questa giornata, qui in trenta nell’aula serra. Certo: che ne sanno loro di mondo antico? Hanno studiato la storia greca alle Elementari e qualcuno afferma di non ricordarsi niente. Ha senso parlarne prima ancora di farne esperienza? Domani ci riprovo in IV e so che gli sguardi saranno diversi.

Mmm… Quando i colleghi escono e resto sola con la classe, cambio strategia e mi butto in mezzo, ribaltando lo schema: mi metto a passeggiare in mezzo ai banchi e chiamo uno per uno i ragazzi, invitandoli a uscire dalla postazione e mettersi di fronte alla classe. Io sto in piedi in fondo e rivolgo loro alcune domande: da che scuola vieni? Dove abiti? Quanto ci metti a venire a scuola? Perché hai scelto il Liceo classico? Perché il Carducci? Come studi? Quanto studi? Cosa ti aspetti? Conosci l’origine e il significato del tuo nome? Etc. Così ci guardiamo un po’ tutti in faccia e butto lì un po’ di parole greche.

E allora si sciolgono. Parlano abbastanza liberamente, chi più chi meno, usano un lessico familiare, dove «un sacco» e «tipo» ricorrono con frequenza sostenuta, non costruiscono, se non qua e là, ma reagiscono naturalmente. I ragazzi del Liceo classico vengono spesso descritti come ingessati, ma non mi pare lo siano. Sono educati e vestiti sobriamente, specie il primo giorno di scuola, (fra l’altro, discutiamo anche del fatto che Greci e Romani non usavano i pantaloni), ma sono diretti e franchi. Più che alle loro parole, bado al linguaggio non verbale: non vedo gessi.

Hanno scelto il Liceo classico quasi tutti sull’onda di un interesse particolare per la Storia e la Letteratura, un interesse che assomiglia molto a un «mi piace». Nessuno parla del futuro inteso come Università («questa scuola mi preparerà meglio, qualsiasi Facoltà dovessi scegliere in futuro»), che era l’argomentazione più frequente qualche anno fa, ma del presente, dei loro attuali gusti, dell’impressione che hanno avuto della scuola all’Open day. E io mi commuovo di fronte al miracolo di ragazzi di 14 anni nel 2016 che sono disposti a giocarsi un «like» sul Greco e il Latino, che in alcuni casi se lo giocano contro l’opinione dei genitori («i miei mi dicevano che il Greco è inutile») e non soddisfano attese e pretese familiari, ma un loro piacere. Certo, non sanno ancora di cosa stanno parlando, ma piace loro l’idea di studiare lingue antiche, di incontrare una cultura che in alcuni casi, pochissimi, ma sempre più numerosi, non è neanche quella di origine delle loro famiglie. La sfida sarà non soffocare questo piacere. Ed è sfida che fa tremare le vene e i polsi.

Dall’aula accanto si ode «Lo schiaccianoci»: è la sezione musicale.«Domani ci facciamo sentire anche noi», dichiaro, perché siamo la sezione teatrale, dove per 30 ore all’anno si fa teatro nelle ore del mattino. Ridono, mi sembrano contenti: se decidono di giocare sul serio –penso- allora vinciamo tutti. La porta è aperta (si soffoca) e in corridoio passano alcuni miei studenti più grandi. Si fermano a salutare e io chiedo loro di venire all’Intervallo in cortile a fare delle foto per l’articolo che devo scrivere. Accettano e, saltellando via, ridono, esclamando: «Uh! Domani siamo sul Corriereeeeee».

http://www.corriere.it/scuola/secondaria/16_settembre_12/diario-primo-giorno-scuola-io-prof-greco-mia-nuova-classe-06d5dcbc-78f7-11e6-a466-5328024eb1f5.shtml

Bellezza e logica: il latino piace alle imprese

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La bellezza, come essenziale caratteristica dei prodotti dell’industria italiana, la loro migliore leva competitiva: il design, originale sintesi di qualità estetiche e funzionalità. E dunque la cultura, con le sue radici e il suo futuro, come strumento di sviluppo. Ragiona proprio di questo, il Rapporto 2016 “Esportare la dolce vita / Il bello e ben fatto italiano nei nuove mercati“, curato dal Centro Studi Confindustria e da Prometeia e pubblicato alla fine di aprile. E proprio in un tale contesto, di crescente consapevolezza della qualità distintiva della nostra cultura, va considerato un altro fenomeno di cui si ricomincia a discutere: l’importanza di studiare bene (o di ricominciare a studiare) il latino.Continua a leggere “Bellezza e logica: il latino piace alle imprese”

Riso aromatico anche in Lomellina

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Parte dalla Lomellina la sfida al riso aromatico asiatico. L’azienda agricola Corradina di Ferrera Erbognone sta coltivando, per la prima volta in Italia, la varietà di riso Giglio che presenta la tipica caratteristica della piantina profumata e che si avvicina alle qualità del Basmati, riso da accompagnarsi a piatti speziati di verdure o carni molto richiesto dai ristoranti e anche dalle massaie. Il progetto portato avanti dalla famiglia Bellone vede in prima fila anche la Società italiana sementi e la Riso Gallo di Robbio.Continua a leggere “Riso aromatico anche in Lomellina”

Dai circondari alle zone omogenee

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Grafica tratta dal quotidiano La Provincia pavese

La nuova Area vasta di Pavia, che domenica 28 agosto prenderà il posto della vecchia Provincia, sarà suddivisa in otto Zone omogenee. Saranno delimitate «secondo caratteristiche geografiche, demografiche e storiche» e programmeranno politiche comuni su viabilità, manutenzione, opere pubbliche, sviluppo economico e anche polizia locale, servizi sociali e settore tecnico.Continua a leggere “Dai circondari alle zone omogenee”

Un ecorave sulle sponde del Sesia

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Cinzia e Pierantonio

Le rive del Sesia ospiteranno un “eco-rave”, un appuntamento fra musica e rispetto dell’ambiente lanciato nelle ultime ore da Pierantonio Gallesi e Cinzia Bauci. Il “contro rave” nel segno del paesaggio rivierasco del fiume si terrà sabato 3 settembre sui ghiaioni di Terrasa, frazione di Candia Lomellina a pochi metri dal ponte che separa la Lomellina dal Monferrato. L’idea prende spunto dal “technival” organizzato qualche centinaio di metri più a sud, sempre lungo il Sesia ma in territorio del Comune alessandrino di Frassineto Po. Le migliaia di ragazzi giunti da mezza Europa stanno lasciando i terreni a ridosso del Sesia, ma la loro iniziativa non è piaciuta a Gallesi e Bauci, artisti che formano il duo Stellerranti e che risiedono a Celpenchio, piccola frazione di Cozzo. La loro iniziativa è sostenuta, fra gli altri, dall’amico Mauro Sabbione, ex tastierista dei Matia Bazar e dei Litfiba.

«L’idea dell’ecofesta in riva al Sesia ha preso corpo in poche ore – spiegano i due musicisti – Questi ragazzi sono venuti in Lomellina da tutta Europa per stare insieme, ma noi pensiamo che ritmi e suoni ossessivi siano, in questi tempi di fracasso, di grida e di eccessiva illuminazione, un modo non armonioso di reagire alle cose che non vanno. Ci preoccupa anche lo scompiglio portato a un ambiente già fragile. Così, cogliendo i suggerimenti di tutti i nostri amici, abbiamo deciso di organizzare, con grande leggerezza e senza rabbia o polemica, una festa di canti e di musica suonata con strumenti “tradizionali”, nella quale artisti e appassionati condivideranno melodie e ritmi».

Gli organizzatori della “ecofesta” prepareranno una grigliata vegana, comporranno mandala (simbolo spirituali e rituali che rappresentano l’universo) e ghirlande con quello che offre il fiume e, alla fine, ripuliranno i ghiaioni dai rifiuti. «E’ un’ecofesta e quindi cercheremo di inquinare il meno possibile – aggiungono – Ci saranno anche momenti di silenzio e di ascolto, berremo vino ai fiori e all’imbrunire torneremo sull’argine portando candele ispirandoci alla tradizione, dalle radici assai antiche, delle processioni mariane per chiedere la protezione dalle piene. Si potranno portare cibi, a patto che non siano carne o pesce, e vino».

Sabato 3 settembre l’appuntamento è alle 15 a Celpenchio, in via Maestra 95, sede del duo Stellerranti. Poi il trasferimento a Terrasa.

Salviamo il latino, la lingua più parlata del mondo

di Salvatore Settis

latinLa lingua più parlata del mondo? È il latino. Non quel che resta del latino ecclesiastico, né quello dei pochi filologi classici ancora in grado di scriverlo, né dei certami ciceroniani, stranamente popolari. Ma il latino che parliamo ogni giorno, con le sue trasformazioni storiche: quello delle lingue neolatine, o romanze. Lo spagnolo come lingua materna è da solo, con 500 milioni di parlanti, secondo al mondo soltanto al cinese. Se vi aggiungiamo il portoghese (230 milioni), il francese (100), l’italiano (65) e il romeno (35), si arriva a 930 milioni di “parlanti latino”.

Senza contare le numerose lingue minori (come il ladino). Poco meno dei “parlanti cinese”, che però si suddividono anch’essi in numerose lingue diverse, non sempre mutuamente intellegibili se parlate, ma unificate concettualmente da una scrittura ideografica che non rispecchia direttamente la pronuncia. E il latino ha una presenza capillare anche fuori dell’ambito propriamente romanzo: in inglese
(terza lingua materna più parlata al mondo, con 350 milioni) il 58% del lessico deriva dal latino o da lingue neolatine, specialmente francese. Lo stesso è vero di tutte le lingue europee, dal tedesco al russo: forse nessuna lingua più del latino ha mostrato forza di penetrazione e tendenza a radicarsi in sistemi linguistici di altra origine. Inoltre, anche numerose parole di matrice greca (come “filosofia”) o etrusca (come “persona”) si sono diffuse universalmente, ma passando attraverso il latino.

Fra cinese e latino c’è un abisso, ma anche qualcosa in comune: “cinese”, infatti, è la piattaforma di intercomprensione fra tutte le lingue della famiglia sinica, “latino” può essere la piattaforma di intercomprensione fra tutte le lingue romanze. Se usassimo una scrittura ideografica come i cinesi, potremmo leggere il portoghese e il romeno anche senza averli mai studiati. Ma davvero l’italiano è così simile al latino? Proviamo a leggere qualche verso: «Te saluto, alma dea, dea generosa, / O gloria nostra, o veneta regina! / In procelloso turbine funesto / Tu regnasti secura: mille membra / Intrepida prostrasti in pugna acerba». La metrica è italiana, ma il testo “funziona” perfettamente sia come italiano che come latino. Autore di questo poemetto in lode di Venezia fu Mattia Butturini (1752-1817), amico di Ugo Foscolo e professore di greco a Pavia. E continua: «Per te miser non fui, per te non gemo, / Vivo in pace per te: Regna, o beata, / Regna in prospera sorte, in pompa augusta, / In perpetuo splendore, in aurea sede! / Tu severa, tu placida, tu pia, / Tu benigna, me salva, ama, conserva». Perfetto italiano, perfetto latino, come in altri poemi simultaneamente bilingui, a cominciare da quello di Gabriello Chiabrera nel tardo Cinquecento.

L’ottusa lotta contro il latino e contro il liceo classico, che riemerge periodicamente con la complicità di ministri maldestri e sprovveduti, non tiene conto di questo aspetto assolutamente centrale. È vero, nella scuola sopravvive un approccio piattamente grammaticale, che nello studio del latino vede solo una sorta di astratta educazione alla precisione del pensiero, a prescindere da tutto il resto. Ma tradurre tale critica in un ripudio del latino sarebbe « un gesto violento e arrogante, un attentato alla bellezza del mondo e alla grandezza dell’intelletto umano » , come scrive Nicola Gardini in un libro bello e intenso (Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile, Garzanti). Quel che serve è un vero rilancio del latino come palestra per le generazioni future, tenendo in conto anche le sue enormi potenzialità come piattaforma di intercomprensione fra le lingue romanze, gigantesco serbatoio linguistico da cui pescano anche le lingue germaniche e slave, apparato concettuale che favorisce la comunicazione fra le culture. Ha ragione Gardini, «grazie al latino una parola italiana vale almeno il doppio».

Ma non è tutto. Le parole non sono nulla se non le vediamo agire nel loro contesto, nei testi latini da Cicerone a Newton. Lo spessore (il valore) delle parole latine, trasmigrate in altre lingue, si può apprezzare se siamo in grado non solo di snocciolare elenchi di parole o sfogliare vocabolari, ma di leggere e comprendere Virgilio e Sant’Agostino, le lettere di Petrarca e la cosmografia di Keplero. Trama narrativa, struttura della frase, tecnica dell’argomentare danno alle parole e alle frasi quella forza che aiuta a riconoscerne la traccia in Dante, in Shakespeare, Cervantes, Goethe. Quando leggiamo un testo, scrive Gardini, « non si tratterà propriamente del latino di Cicerone né del latino di Virgilio, ma piuttosto di quel che il latino compie e ottiene quando esce dallo stilo di Cicerone o dallo stilo di Virgilio » , in termini di « capacità lessicale, correttezza sintattica e convenienza ritmica » .

Questo doppio registro del latino, in orizzontale ( lettura dei testi e rimando ai contesti) e in verticale (come piattaforma di intercomprensione fra lingue oggi parlate) ha un altro vantaggio. Funziona come macchina della memoria, ci ricorda che quel che leggiamo del latino classico è un’infima parte di quel che fu allora scritto. E che, nonostante questo, abbiamo preteso per secoli di continuare, sulla scena del mondo, la storia di Roma. Non per niente quelli che noi chiamiamo “ bizantini” chiamarono se stessi sempre rhomaioi, “ romani”, e il più intimo carattere della grecità, conservatosi anche sotto la dominazione ottomana, si esprime in neogreco con la parola rhomaiosyne, “ romanità”; eppure intanto a Istanbul i sultani, dopo aver spodestato l’ultimo imperatore romano, mantennero dal 1453 al 1922 il titolo di Kayser- i- Rum, “ Cesare di Roma”. “ Cesare”, cioè imperatore; come il Kaiser a Vienna o a Berlino, lo Czar a Mosca o Pietroburgo. Altro esempio, il diritto: i sistemi di civil law sono fondati sul diritto romano ( spesso, ma non sempre, attraverso il codice napoleonico), e oltre all’Europa continentale, inclusa la Russia, coprono l’America Latina e vari Paesi in Asia e Africa. Ma anche i sistemi di common law, pur di origine inglese, esprimono in latino molti termini-chiave, a partire dal principio fondamentale stare decisis (conformarsi alle sentenze già emesse); perciò anche nei film americani sentiamo parlare di subpoena, affidavit, persona non grata; per non dire di habeas corpus.
Il latino come dispositivo della memoria culturale, come versatile interfaccia multilingue, come ponte o viadotto verso altre culture. Il latino come lingua viva, perché vive nelle lingue che parliamo. Questo, e non un’impalcatura di precetti, dovrebbe saper trasmettere la nostra scuola.

“Nostra”, cioè quanto meno europea. Questa Europa delle tecnologie saprà inventare una nuova didattica del latino che contribuisca all’intercomprensione culturale? E l’Italia, dove il latino è nato, avrà in merito qualcosa da dire?

http://www.repubblica.it/scuola/2016/08/10/news/salviamo_il_latino_la_lingua_piu_parlata_del_mondo-145729358/?ref=fbpr

Giovani al servizio del paese: è la Pro loco Langosco

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Un gruppo di giovani mette a disposizione il suo tempo libero per organizzare sagre e iniziative varie. Questa è la Pro loco Langosco, costituitasi nel settembre 1980 e oggi guidata dal presidente Ilaria Zambelli, dal vice presidente Valentina Pozzolo, dal segretario Andrea Marchini e dal cassiere Giuliano Olivato. « La missione della nostra Pro Loco – spiega Ilaria Zambelli – è di valorizzare le risorse culturali e umane del paese proponendo un variegato ventaglio di iniziative per stimolare la vita di Langosco. Con il passare degli anni, la nostra associazione è andata sempre più crescendo fino a riscuotere grandi consensi per le numerose iniziative proposte fra genuinità, tradizione culinaria e buona musica».

Ogni anno il gruppo, nel Giardino dei Tigli di piazza della Libertà, organizza manifestazioni culinarie prese d’assalto da centinaia di persone: due su tutte, la Sagra del Buongustaio e il Ferragosto Langoschese. Numerose le specialità lomelline: “salàm d’la duja”, la panissa preparata con prodotti di qualità secondo la ricetta tradizionale, i ravioli di carne e al tartufo, lo stufato d’asino cucinato dalle cuoche del paese e molti altri piatti tipici “da sagra”, dalla carne alla griglia e al pesce. E proprio la panissa è al centro del Gran premio che vede impegnate le Pro loco del Vercellese e della Lomellina. «La finale si svolgerà in ottobre: ovviamente speriamo nella vittoria dei nostri cuochi», conferma Zambelli. In ogni manifestazione non manca il banco di beneficenza a cura della “Brancà d’amìs” e in collaborazione con la parrocchia di San Martino Vescovo.

II logo dell’associazione, disegnato nel 1994, rappresenta gli elementi che caratterizzano il classico paesaggio lomellino: il sole che si specchia sull’acqua della risaia e della palude, dove nidificano le anatre e gli aironi e il paese che si gode lo spettacolo nella sua immobilità.