Amico fraterno dei padri fondatori della Repubblica, benefattore ed editore. L’avventurosa vita di monsignor Pietro Barbieri è ricostruita dal mortarese monsignor Paolo Rizzi nel libro “Un italiano monsignore. Pietro Barbieri il primo cappellano di Montecitorio”. La figura del religioso nato a Valle Lomellina nel 1893, morto a Roma nel 1963 e poi sepolto a Pieve del Cairo è leggendaria solo citando il suo soprannome dell’epoca: don Falsario. Monsignor Rizzi, funzionario della Segreteria di Stato del Vaticano e cappellano di Sua Santità, ha dato alle stampe una biografia ricca di testimonianze, aneddoti e fotografie, con la prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi. «Il mio primo ricordo di monsignor Barbieri – scrive Ravasi – è legato alla sua esperienza radiofonica che si è distesa per oltre dieci anni, dal 1944 al 1955, attraverso i microfoni della Rai ogni domenica mattina. Ebbene, ho ancora vivo il ricordo di mio nonno materno, a cui ero molto legato, che seguiva quella voce pastosa e un po’ screziata e che mi voleva accanto a sé in un ascolto, per me ragazzino, non sempre immediato e agevole».
I Bonacossa sono stati i protagonisti della rivoluzione industriale della Lomellina. La famiglia di imprenditori della seta originari di Dorno ha costruito e gestito decine di filande in Lomellina e in tutto il Nord Italia a cavallo di Otto e Novecento dando lavoro a decine di migliaia di uomini, donne e fanciulli. Un’autentica dinastia di imprenditori, filantropi e sportivi, rievocata a Vigevano, nel ridotto del teatro Cagnoni, dalla scrittrice Antonella Moroni Trevisan, dal giornalista Sergio Calabrese e dal direttore dell’Archivio storico Pier Luigi Muggiati. «Stavo eseguendo – spiega Moroni Trevisan – le ricerche per un mio romanzo, “Destini imperfetti”, quando mi sono imbattuta più volte in questa famiglia legata a Vigevano dalle loro filande, dal glorioso cascamificio, dall’ospedale del Santissimo Sacramento e anche dallo sport. Così ho suggerito di presentare alla città questa dinastia completa sotto tanti aspetti e legata da un filo di seta».
Tutto ebbe inizio a Dorno con il capostipite Vincenzo (1810-1892), che seppe sfruttare l’allevamento del baco da seta (bigàt), molto diffuso nella Lomellina agricola di metà Ottocento. Il bruco veniva alimentato con germogli teneri di foglie di gelso (muròn) e, in quattro giorni, finiva la tessitura del bozzolo: poi, il baco si arrampicava sul “bosco”, un’impalcatura fatta di ramoscelli, e dalla bocca lasciava uscire un liquido che, a contatto con l’aria, solidificava in un filamento chiamato bava, cioè la seta. Quindi tutto passava alla filanda. I setifici costituirono il cuore del primo processo di industrializzazione della Lomellina: aziende artigianali, laboratori e ditte manifatturiere lavoravano già la seta dalla seconda metà del Settecento e il cotone dalla prima metà dell’Ottocento. Attorno al 1870 numerose filande nella zona furono assorbite dai Bonacossa, che daranno lavoro a migliaia di operai fino al terzo decennio del Novecento, quando la seta sarà soppiantata dalle prime fibre artificiali.
La filanda Bonacossa di Forlì
Vincenzo era affiancato dai figli Luigi, Pietro, Giuseppe (1841-1908) e Cesare (1850-1919), che da Dorno si trasferirono a Vigevano, base di partenza del loro impero. L’Inchiesta agraria del 1882 rivela che l’industria vigevanese di Pietro Bonacossa occupava 530 operaie, 45 uomini e 80 bambini, con una forza motrice di 10 cavalli, la più alta della provincia. Nemmeno il grande incendio che nel 1877 ridusse in cenere la filanda Bonacossa, immortalato nel quadro di Giovanni Battista Garberini, mise in ginocchio la dinastia. A Dorno, in via Cairoli, l’opificio di Luigi Bonacossa dava lavoro a 54 donne e a 26 bambini, mentre un secondo stabilimento, chiuso nel 1930, occupava 80 donne per circa 150 giorni l’anno. La svolta avvenne negli ultimi vent’anni dell’Ottocento: l’avvento del protezionismo e la sconfitta della malattia del baco catapultarono le industrie lomelline verso i mercati europei e internazionali e si perfezionarono la trattura e la torcitura. Nel 1898 a Vigevano fu avviato lo stabilimento della Cascami Seta, dove si lavoravano i cascami della seta, cioè i sottoprodotti dell’allevamento dei bachi, della trattura e della torcitura. L’importanza della famiglia travalicò ben presto i confini dell’imprenditoria per toccare quelli politici, filantropici e sportivi.
A Cesare, quarto figlio di Vincenzo e deputato al Parlamento, nel 1913 fu concesso il titolo di conte, che trasmetterà al primo figlio maschio Alberto (1883-1953), il primo ad appassionarsi al mondo sportivo. Fu fondatore e presidente della Federazione Italiana sport del ghiaccio, presidente del Moto club d’Italia dal 1914 al 1931 e, nel 1920, tra i fondatori e primo presidente della Federazione italiana sci. Nel 1929 diventò proprietario della Gazzetta dello Sport, testata ancora oggi della famiglia.
Suo figlio Cesare (1914-1987) fu un orientalista di fama mondiale, studioso di lingue e civiltà dell’Estremo oriente: a lui è dedicato il Centro studi di lingue orientali dell’Università di Pavia.
Aldo (1885-1975), fratello di Alberto, fu bravo scalatore con molte imprese in Val d’Ossola, pioniere dello sci-alpinismo e buon arrampicatore. Ebbe come compagni di cordata, fra gli altri, re Alberto del Belgio e fu l’unico italiano a essere socio onorario dell’Alpine Club inglese. Appassionata di scalate fu anche la moglie Ester, nata Della Valle di Casanova.
Numerose le opere benefiche lasciate dai Bonacossa alla comunità di Dorno: nel 1867 l’asilo infantile per provvedere all’educazione intellettuale e morale dei fanciulli dai tre ai sei anni, la casa di riposo per anziani e l’annessa cappella dedicata al Sacro Cuore lungo il viale del cimitero e i sussidi alle famiglie dei soldati impegnati nella guerra di Libia.
Amedeo di Savoia Aosta con la moglie Anna d’Orleans
Il duca Amedeo di Savoia Aosta aveva uno stretto legame con Sartirana e con la Lomellina. La sua figura sarà ricordata a 75 anni dalla scomparsa con una giornata di studi svoltasi sabato 25 marzo alla Villa Buzzoni Nigra. L’iniziativa promossa dall’Accademia San Pietro ha registrato l’intervento del nipote arciduca Martino d’Asburgo Lorena Este. «Quando Mussolini gettò l’Italia nel baratro della guerra, mio nonno come militare non poté che obbedire al sovrano – dice Martino d’Asburgo Lorena – I suoi atti di eroismo sono saldati all’intraprendenza nel campo agricolo e imprenditoriale: a Sartirana trasformò le cascine Mora, San Giorgio, Isolone e Cascinetta in aziende modello tutelando i contadini e introducendo una cassa malattie». Dopo lunghe riflessioni il viceré d’Etiopia ricevette in eredità il castello di Sartirana dalle duchesse Arborio di Gattinara e donò al paese l’asilo infantile che intitolò al duca Alfonso Arborio di Gattinara. Durante la Seconda guerra mondiale combatté gli inglesi in Etiopia e divenne noto come l’eroe dell’Amba Alagi. Dopo la sconfitta, una compagnia inglese gli rese l’onore delle armi. «La mano sulla visiera, il volto asciutto e fiero, la divisa impeccabile – dice ancora il nipote – Mio nonno sembrava un vincitore, invece era un soldato che aveva perso la sua ultima battaglia».
Nel convegno moderato dall’ingegnere Alberto Lasagna hanno parlato anche il sindaco Ernesto Prevedoni Gorone, Massimo De Leonardis, professore ordinario dell’Università Cattolica di Milano, lo scrittore Francesco Cordero Di Pamparato, il parroco don Cesare Silva e Fabrizio Nucera Giampaolo, presidente dell’Accademia San Pietro.
La mostra fotografica rimarrà aperta anche domenica 26 marzo, sabato 1 e domenica 2 aprile, dalle 15 alle 18.
Penultimo passo verso la beatificazione di Teresio Olivelli, Venerabile della Chiesa cattolica. In Vaticano il Congresso dei teologi ha riconosciuto all’unanimità che sussistono i requisiti necessari per dichiarare la sua morte un autentico martirio cristiano, in quanto fu ucciso in odio alla fede. «Si tratta – spiega il postulatore della causa, monsignor Paolo Rizzi – di un provvedimento decisivo che apre la strada alla beatificazione del giovane laico della diocesi di Vigevano, morto nel campo di concentramento di Hersbruck il 17 gennaio 1945. Ora la procedura prevede il giudizio della Commissione di cardinali e vescovi: se essi confermeranno il parere dei teologi, non sarà necessario l’accertamento di un miracolo e il responso passerà alla definitiva approvazione del Sommo pontefice, che autorizzerà la beatificazione». Continua a leggere “Olivelli sarà presto beato della Chiesa”
Con una recentissima sentenza (n. 42/2017), la Corte costituzionale ha ribadito la centralità costituzionalmente necessaria della lingua italiana, quale elemento fondamentale di identità individuale e collettiva, nonché elemento costitutivo della storia e dell’identità nazionale.
Il giudizio dinanzi alla Corte – traendo origine dalle delibere del dicembre 2011, con le quali il Politecnico di Milano imponeva l’inglese come “lingua ufficiale” nelle lauree magistrali e nelle Scuole di dottorato, escludendo, dunque, l’italiano – aveva ad oggetto l’art. 2, c. 2, lettera l), della legge 240/2010, che consente, per il miglior perseguimento dell’internazionalizzazione, l’attivazione di corsi “anche” in lingua straniera.Continua a leggere “«Nuova politica linguistica in Italia»”
Il secondo da destra è il cantautore Davide Van De Sfroos
«È partita la nostra controrivoluzione culturale: contro la globalizzazione anteponiamo la lingua e l’identità, perché la lingua madre è la base delle nostre radici, della nostra storia, di quello che siamo, di quello che vogliamo continuare a essere». Lo ha detto l’assessore alle Culture di Regione Lombardia, Cristina Cappellini, intervenendo al convegno “Parlare lombardo per riscoprire chi siamo”, che si è tenuto a Milano, al Belvedere di Palazzo Lombardia, davanti a oltre cento partecipanti. Oltre all’assessore Cappellini, erano presenti il cantautore Davide Van De Sfroos, il docente di bilinguismo Marco Tamburelli e l’artista Roberto Marelli.
«Con la legge regionale approvata nello scorso settembre – ha proseguito l’assessore Cappellini – abbiamo voluto mettere nero su bianco il valore identitario della lingua lombarda pur rispettando tutte le sue varietà locali perché sappiamo che la nostra regione è ricca di specificità territoriali e culturali. Questa norma ci ha permesso di aprire un dibattito con un’altra ambizione: lanciare una sfida anche alle altre Regioni affinché seguano il nostro esempio e si attivino per la valorizzazione delle lingue locali. Lo sta già facendo il Veneto. Il nostro obiettivo è che ogni territorio si riappropri della sua lingua, della sua cultura, della sua appartenenza e del proprio orgoglio. Da qui, da Palazzo Lombardia, lanciamo una battaglia culturale perché non basta una norma di legge: serve l’aiuto dei cittadini che in prima persona devono riscoprire le loro origini e le loro identità come missione che ognuno di noi deve sentire. L’obiettivo è diventato prioritario: o si salva questo patrimonio, adesso che abbiamo gli strumenti e la voglia di farlo, oppure evitiamo, un giorno, di dire quanto mai non abbiamo lottato abbastanza per conservare e tutelare quello che i nostri nonni ci hanno tramandato e ciò che le generazioni si sono trasmesse nel corso dei secoli. Amiamoci un po’ di più e amiamo anche un po’ di più il nostro territorio e ciò che le nostre comunità hanno di bello come il nostro meraviglioso patrimonio linguistico».
Piercamillo Davigo tornerà a Candia Lomellina per celebrare i quattro secoli della leggenda della Bella Pierina, raccolta dal nonno Camillo Soldato negli anni Settanta. Il giudice della Corte suprema di Cassazione, nato a Candia nel 1950, sarà uno dei relatori dell’incontro “La Pierina di Camillo Soldato nel 400° anniversario degli accadimenti storici”, in programma domenica 5 marzo, alle 15.30 nell’aula consiliare “Narciso Cassino” di piazza San Carlo. Davigo, noto per aver fatto parte del pool Mani pulite negli anni Novanta con Antonio Di Pietro, Francesco Saverio Borelli e Gherardo Colombo, ha confermato la partecipazione. «Sono stato invitato a Candia – ha detto – dove peraltro torno sempre con una certa periodicità e volentieri, visto che è il mio paese natale: in municipio parleremo dell’opera di codificazione della leggenda seicentesca portata a termine da mio nonno». Continua a leggere “Davigo ricorda il carnevale del nonno”
A Roma la Via Sacra è l’asse stradale più importante e antico della valle del Foro, chiamato così dopo che Romolo e Tito Tazio vi ebbero firmato la pace della guerra causata dal ratto delle Sabine.
In età regia era un percorso sacro che collegava la dimora dei re, il comizio e l’Arce (Campidoglio). Il percorso, monumentalizzato in età imperiale anche a seguito di vari incendi, fu più volte regolarizzato e in alcuni tratti forse modificato.
L’appellativo “via” indicava che in principio la strada era esterna alla città, e quindi al Palatino, e che solo successivamente venne inglobata nel pomoerium. Il percorso più antico collegava il primitivo insediamento della Velia con la valle del Foro e con il Campidoglio. L’appellativo sacra può riferirsi a diversi aspetti. La via mantenne un importante ruolo cerimoniale per l’investitura del potere in quasi tutta la storia di Roma antica. Era la via per le cerimonie sacre e gli atti augurali portati a termine sull’Arx. Secondo una leggenda, la via assunse invece l’epiteto di sacra poiché qui Romolo e Tito Tazio si riappacificarono sancendo il patto con i sacrifici agli dei. Secondo un’altra teoria la strada assunse questo nome perché conduceva dal Rex sacrorum alla Regia.Continua a leggere “Nella Via Sacra c’è tutta la romanità”