Campari, un imprenditore lomellino di fama mondiale

Parte della “intervista impossibile” a Gaspare Campari, inserita nel libro Ritratti lomellini lungo duemila anni (Casa editrice-libreria Lomellibro) di Umberto De Agostino

Gaspare Campari

Gaspare, lei è “un uomo che aveva fatta la sua fortuna da sé”, come scrisse il Corriere della Sera?
«Vede, io sono nato a Cassolnovo, paese lomellino che, all’epoca, si trovava nella Divisione di Novara all’interno del Regno di Sardegna. Un paese in cui l’agricoltura la faceva da padrona: anche la mia famiglia viveva dei frutti della terra. Io, ultimo dei dodici figli di papà Giuseppe e di mamma Margherita Del Frate, avevo altri programmi per il mio futuro. Non mi vedevo impegnato a coltivare riso e mais come i miei fratelli».
Che cosa fece allora?
«A soli quattordici anni mi trasferii a Torino, grazie al “nostro” marchese Giuseppe Arconati Visconti, per studiare i liquori e approfondire la conoscenza sui distillati. Nell’allora nostra capitale conobbi, per un colpo di fortuna devo ammetterlo, Teofilo Barla, maestro pasticcere di Casa Savoia, che mi raccomandò a Giacomo Bass come apprendista nella sua famosa liquoreria e confetteria di piazza Castello. Poi lavorai come cameriere in un altro storico locale torinese, il “Cambio” di piazza Carignano».
Dopo otto anni a Torino, scelse di fare il grande passo.
«Nella prima guerra d’Indipendenza ero sergente di fanteria. Ritornato a Torino, presi in moglie Maddalena Alman, da cui avrei avuto due figlie morte però nella culla. Ma di lutti non sarebbero terminati perché anche Maddalena scomparve prematuramente. Così nel 1850 mi stabilii a Novara, dove affittai il Caffè dell’amicizia, che si trovava fra corso Cavour e corso Italia, dai novaresi chiamato Angolo delle ore, e che qualche tempo dopo rilevai dai proprietari, i coniugi Mazzetta. Io e la mia seconda mia moglie Letizia Galli cercammo di trapiantare in provincia un tocco di eleganza torinese».
Ma quello di maggior successo sarà il “Bitter all’uso d’Hollanda”.
«Avevo già dato vita al liquore Rosa, che negli anni successivi avrei modificato perfezionandone la ricetta. Era il 1860 quando prese forma una bevanda distintiva e per l’epoca rivoluzionaria, ottenuta dall’infusione di erbe aromatiche, piante e frutta in alcol e acqua. Poco più tardi, questa miscela sarebbe diventata così popolare e di uso frequente in città da meritarsi il soprannome di “Bitter del signor Campari”. Da lì al nome definitivo, Bitter Campari, il passo fu breve. Mettevo i tavolini in strada, dove passavano decine di pedoni al giorno e così mi feci una clientela affezionata: moltissimi i giudizi positivi, ma non mancava qualche simpatica perplessità di fronte a una bevanda così innovativa. Era caratterizzata da un colore rosso rubino e da un sapore amaro-dolce: diventò ben presto la bevanda che coniugava le virtù dell’aperitivo a quelle del digestivo».
Perché a un certo punto lasciaste Novara?
«Io e Letizia avevamo iniziato a fare fortuna e percepivamo Novara come sempre più stretta. Erano anni cruciali per il nostro Paese: nel 1860 c’era stata la spedizione dei Mille e nel marzo 1861 sarebbe stato proclamato il nuovo Regno d’Italia. C’era fermento, c’era entusiasmo soprattutto qui al Nord, c’erano grandi prospettive per chi voleva pensare in grande. Così io e Letizia decidemmo di alzare di nuovo la posta e nel 1862 ci trasferimmo a Milano. Quella città che, fino a due anni prima, si trovava addirittura in uno Stato straniero ci avrebbe accolto a braccia aperte. Qualcuno malignò che io fossi arrivato nella città lombarda con pochi risparmi in tasca e con la speranza di lavorare ancora come cameriere, com’era successo nella sabauda Torino. La realtà era ben diversa e i fatti l’avrebbero dimostrato».

L’alfabeto latino non ha più rivali. Neanche in Asia

Emanuele Pinelli su L’Europeista (31/10/2025)

All’inizio di ottobre, l’Organizzazione degli Stati Turchi – che include Turchia, Azerbaijan e gli “Stan” dell’Asia centrale – si è impegnata ad adottare un nuovo alfabeto comune, che prende come base quello latino aggiungendogli otto nuovi caratteri.

Nell’annunciare la decisione, che cambierà la vita quotidiana di 200 milioni di persone, Erdogan ha anche presentato due volumi già stampati nel nuovo alfabeto: un’opera di Chyngiz Aykmatov, il massimo scrittore kirghiso del ‘900, e il Libro degli Oghuz, un’epopea sulle gesta dei popoli turchi che fu messa per iscritto nel ‘600.

Una manifestazione di potenza

Impossibile sottostimare la forza di questo gesto simbolico. Dai tempi del dominio sovietico, le lingue centroasiatiche sono state scritte in caratteri cirillici: di qui a qualche anno, invece, potrebbero diventare graficamente simili al turco, rafforzando l’idea di un’unità etnica e culturale che dagli Stretti si estende fino alle montagne dell’Hindukush.

Del resto, Erdogan non ha mai fatto mistero di voler scalzare Putin come patrono politico dell’Asia centrale. Le sue ambizioni internazionali sull’area sono ben note a chi si occupa di economia, di difesa e di cosiddetta “geopolitica”.

Ebbene, espandere nell’area l’alfabeto latino renderà quelle ambizioni plasticamente visibili a chiunque: le pagine web, i libri stampati, i cartelli e le insegne negli “Stan” non avranno più niente in comune con le pagine web, i libri stampati, i cartelli e le insegne della Russia, mentre saranno assimilabili fin dal primo sguardo alle pagine web, ai libri stampati, ai cartelli e alle insegne della Turchia.

Ora, è improbabile che un paese di media taglia come quello di Erdogan abbia risorse sufficienti per proiettare la sua influenza su un territorio così immenso (peraltro mentre cerca di estenderla anche sul Medio Oriente, sull’Africa islamica e sui Balcani). 
Ma, anche se il nuovo alfabeto non riuscisse a sostituire l’egemonia turca a quella russa, darebbe comunque a tutti quei paesi un vantaggio non trascurabile: il più facile accesso allo sviluppo delle intelligenze artificiali, che, essendo state addestrate sulla lingua inglese e quindi sui caratteri latini, processano più facilmente i dati espressi nello stesso alfabeto.

Una storia di successo


Già solo questo fatto dovrebbe farci riflettere su quanto sia forte il soft power di quella piccola manciata di lettere, codificata (si dice) dagli etruschi dopo il loro contatto con le colonie greche circa 2.700 anni fa.
Da allora, il loro uso nel mondo non ha fatto che aumentare di generazione in generazione, e ad oggi è molto più diffuso di quanto penseremmo istintivamente.

Se la Roma pagana aveva cancellato quasi ogni traccia delle lingue dei popoli che aveva sottomesso in Europa, la Roma papale mise a disposizione il suo alfabeto per produrre documenti nelle lingue degli ex “barbari”: non solo franchi e visigoti spagnoli, ma anglosassoni, scandinavi, tedeschi, frisoni, boemi, magiari, baltici, polacchi e sloveni.
Con la minuscola carolina, madre di tutte le nostre font in stampatello minuscolo, gli ecclesiastici impostarono anche il formato più popolare in cui quell’alfabeto è stato scritto fino a oggi.

Venne poi l’età dell’espansione coloniale oltreoceano. Oggi tutte le Americhe scrivono nel nostro alfabeto (incluse alcune lingue indigene, delle quali i missionari compilarono grammatiche e vocabolari), mentre 45 paesi africani lo adottano per le loro lingue tradizionali.

Un segno di rottura

Non mancano i casi in cui il passaggio all’alfabeto latino ha segnato una rottura intenzionale col passato.
Pensiamo ai principati rumeni, che abbandonarono lo slavonico liturgico per presentarsi come nazioni occidentali eredi di Roma e desiderose di sfuggire agli artigli di Zar e Sultani.
Pensiamo agli albanesi, che nel 1908 scelsero l’alfabeto latino come scrittura esclusiva per la loro lingua per sfoggiare compattezza e orgoglio mentre dichiaravano la loro indipendenza.
Ma pensiamo soprattutto alla Turchia di Atatürk, che un secolo fa abbandonò la vecchia grafia derivata dall’arabo per dare un segnale di laicità e per facilitare l’apprendimento nelle nuove scuole pubbliche che aprivano al posto delle scuole coraniche.

Questo accadeva nel vecchio mondo analogico.
Adesso, con l’avvento dell’era digitale, stiamo assistendo a fenomeni più ambigui da interpretare ma altrettanto affascinanti da conoscere, che riguardano in primo luogo i due colossi asiatici protagonisti del nostro secolo: l’India e la Cina.

Dall’English all’Hinglish


In India i social media hanno raggiunto per primi i grandi centri urbani, dove gli utenti sono spesso in grado di leggere e scrivere direttamente in inglese.
Basti pensare che nel 2021 ben il 91% dei messaggi scritti da donne sui social del gruppo Meta (vale a dire Whatsapp, Instagram e Facebook) era in lingua inglese.

Si trattava, tuttavia, di una barriera all’ingresso insormontabile per le persone – e soprattutto per le donne – delle campagne.
Così, le aziende digitali hanno introdotto dei plug-in come SwiftKey, grazie ai quali gli utenti possono digitare una parola in caratteri latini e vedersela traslitterata in tempo reale nella scrittura Devanagari o nell’Hindu fonetico. Ad esempio, scrivono “namaste” e sullo schermo compare direttamente “नमस्ते”.

Nonostante questa opportunità, per molti indiani risulta più comodo comunicare in quello che scherzosamente chiamano “Hinglish”, e che è una sorta di compromesso: le lingue locali scritte e lette in alfabeto latino.
Insomma: in questo preciso momento storico, la produzione di testi scritti in India (che avviene in larghissima misura via smartphone, come ovunque nel mondo) prevede l’uso a vari livelli del nostro alfabeto.

La Cina in mezzo al guado


Ancora più sorprendente, però, è quel che sta accadendo in Cina.

I cinesi, con le loro migliaia di hanzi (pittogrammi) che non possono entrare in nessuna tastiera digitale, hanno ancora più bisogno dell’input in caratteri latini rispetto agli indiani.
Il loro sistema per digitare le lettere latine ottenendo come output i pittogrammi cinesi si chiama pinyin, e viene usato dalla maggior parte degli utenti di Internet (tra cui il 97% degli adolescenti).
 
Di fatto, più di un miliardo di persone ogni giorno usa WeChat (l’equivalente di Whatsapp), WeiBo (l’equivalente di Twitter), Douyin (la versione non drogante di Tiktok) e Youku (l’equivalente di Youtube) componendo le parole mandarine con le lettere dei nostri antenati romani.

Incoraggiare o reprimere?

Alcune ricerche hanno suggerito che una buona padronanza del pinyin sia imprescindibile per comunicare in mandarino sul web, e che quindi l’apprendimento del pinyin andrebbe incoraggiato dalle scuole e dalle pubbliche autorità.

Ma si tratta di un’arma a doppio taglio. Ed è facile capire il perché: quanti cinesi si ricorderanno ancora come disegnare i pittogrammi mandarini, dopo trenta o quarant’anni passati a scrivere testi quasi solo online e con il filtro del pinyin?
La capacità autonoma di scrittura nella lingua madre non rischia di indebolirsi?
Dopotutto, 101 milioni di abitanti del vicino Vietnam scrivono già da tempo in lettere latine, visto che i pittogrammi importati dalla Cina non si erano mai prestati bene a esprimere la loro lingua popolare.

Peraltro, i primi cinesi che stanno imparando a usare il pinyin come lingua a sé stante, senza attivare il software che lo converte in pittogrammi mandarini, sono i cittadini critici verso il governo, che con questo stratagemma ingannano più facilmente i filtri automatici di cui è disseminato l’Internet cinese.

Ancora una volta, l’alfabeto latino si ritrova a giocare il ruolo di codice segreto per sbloccare spazi di libertà.

L’alfabeto del mondo


Dagli scriptoria del Medioevo agli algoritmi moderni, l’alfabeto di Virgilio e di Cicerone ha influito sulla vita di popoli interi, in modo silenzioso ma concreto.
Di fatto, è ormai candidato a diventare l’alfabeto del mondo: la chiave di accesso a tutte le lingue, proprio come le cifre indiane sono diventate la chiave di accesso a tutte le scienze.

Quanto sia uno strumento impareggiabile di soft power, lo si capisce immaginando una situazione a parti invertite: se per scrivere ai nostri figli su Whatsapp “Torna entro mezzanotte” fossimo costretti a disegnare pittogrammi cinesi sullo schermo con un pennino, sentiremmo la Cina onnipresente nelle nostre vite.

E sarebbe una presenza molto meno neutrale rispetto a quella delle cifre indiane: la matematica infatti non ha implicazioni politiche, mentre la lingua e la scrittura le hanno, e l’attualità ci sta mostrando quanto siano profonde.

Teodolinda e il conte Ottone fra i “ritratti”

Proseguono le presentazioni del libro Ritratti lomellini lungo duemila anni-Trentasette amichevoli conversazioni (Libreria-casa editrice Lomellibro), promosso da Ecomuseo del paesaggio lomellino. Giovedì 30 ottobre a Lomello l’ex chiesa di San Rocco ha ospitato l’autore Umberto De Agostino, affiancato dal direttore de L’Informatore Lomellino Vittorio Testa. La regina Teodolinda e il conte Ottone di Lomello tra le figure “locali” ricordate nel corso della serata.

Presenti il sindaco Silvia Ruggia, il vice presidente della Provincia Serafino Carnia, il presidente del Gal Risorsa Lomellina Stefano Leva, il presidente del Lions Club Lomellina Host Vittorio Airoldi e gli amici di Teatro in Laumellum.

Queste le prossime presentazioni

Silvia Ruggia e Serafino Carnia

Domenica 16 novembre, ore 15, Langosco (chiesa parrocchiale)

Giovedì 20 novembre, ore 15.30, Mede (Centro pastorale di via Dante, Unitre)

Giovedì 20 novembre, ore 20.15, Sforzesca di Vigevano (Rotary Club Cairoli)

Domenica 23 novembre, ore 16, Suardi (sala ex Soms di via Maestra)

Venerdì 5 dicembre, Cilavegna (ora e luogo da definire)

Sabato 13 dicembre, ore 17, Sartirana (Giardinetto estivo comunale di via Roma)

Domenica 11 gennaio, ore 16, Valle Lomellina (biblioteca comunale di piazza Corte Granda)

Sabato 24 gennaio, ore 16, Robbio (biblioteca civica)

Favori medievali fra Genova e Mortara

Sfruttare le conoscenze personali può servire per crearsi una fortuna: oggi come nei secoli passati. Credo di non sbagliarmi se affermo che andò così per Airaldo Guaracco di Caltignaga e per Gandolfo, esponente della famiglia dei conti di Lomello e capostipite dei genovesi Lomellini. Due figure poco studiate nel corso dei secoli, anche da parte degli storiografi lomellini, ma che vale la pena di riportare alla luce soprattutto perché riguardano da vicino due centri di primaria importanza lungo il Medio Evo come Mortara e Lomello. E, ancora una volta, ricordiamo il loro stretto e intenso legame storico con Genova.

Continua a leggere “Favori medievali fra Genova e Mortara”

Curiosità e aneddoti dei “grandi” lungo duemila anni in Lomellina

  • Venerdì 24 ottobre, ore 21, Candia Lomellina (Museo Càssino)
  • Giovedì 30 ottobre, ore 21, Lomello (ex chiesa di San Rocco)
  • Venerdì 7 novembre, ore 19, Recco (Lions Club Golfo del Paradiso)
  • Domenica 16 novembre, ore 17, Langosco (chiesa parrocchiale di San Martino)
  • Giovedì 20 novembre, ore 15.30, Mede (sala conferenze di via Dante, Utl e Unitre)
  • Giovedì 20 novembre, ore 20.15, Sforzesca di Vigevano (Rotary Club Cairoli)
  • Domenica 23 novembre, ore 16, Suardi (sala ex Soms)
  • Domenica 11 gennaio, ore 16, Valle Lomellina (biblioteca comunale “Marucchi”)

“Ritratti lomellini”, via al ciclo di presentazioni

Le altre date:
Venerdì 24 ottobre, ore 21, Candia Lomellina (Museo Càssino)
Giovedì 30 ottobre, ore 21, Lomello (ex chiesa di San Rocco)
Venerdì 7 novembre, ore 19, Recco (Lions Club)
Domenica 16 novembre, ore 17, Langosco (chiesa parrocchiale)
Giovedì 20 novembre, ore 15.30, Mede (Unitre)
Giovedì 20 novembre, ore 20.15, Sforzesca di Vigevano (Rotary Club Cairoli)
Domenica 23 novembre (orario da definire), Suardi (ex Soms)
Domenica 11 gennaio, ore 16, Valle Lomellina (biblioteca comunale “Marucchi”)

Intervista con la Storia lomellina

Scorrendo queste interviste, si potranno comprendere più nel profondo le vite di sovrani, condottieri, uomini di fede, artisti, politici, capitani d’industria, medici e sportivi calati nella società del loro tempo. Ritratti lomellini lungo duemila anni-Trentasette amichevoli conversazioni è il nuovo libro del giornalista e scrittore Umberto De Agostino, che ha ricevuto la collaborazione della casa editrice Lomellibro di Zeme e di Media Lomellina-L’Informatore Lomellino, con il patrocinio dell’Ecomuseo del paesaggio lomellino e del Lions Club Lomellina Host.

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Lomellina e Pavese prime zone risicole d’Europa

Le risaie italiane nel 2025 sono aumentate di 8.600 ettari (+ 3,8%): il dato ufficiale, dopo i consueti sondaggi nel corso dell’anno fra i 3.500 produttori di tutta Italia (di cui 1.260 lomellini e pavesi), arriva dall’Ente nazionale risi. L’anno scorso la superficie era pari a 226.100 ettari, che è salita a 234.700.

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