Sfruttare le conoscenze personali può servire per crearsi una fortuna: oggi come nei secoli passati. Credo di non sbagliarmi se affermo che andò così per Airaldo Guaracco di Caltignaga e per Gandolfo, esponente della famiglia dei conti di Lomello e capostipite dei genovesi Lomellini. Due figure poco studiate nel corso dei secoli, anche da parte degli storiografi lomellini, ma che vale la pena di riportare alla luce soprattutto perché riguardano da vicino due centri di primaria importanza lungo il Medio Evo come Mortara e Lomello. E, ancora una volta, ricordiamo il loro stretto e intenso legame storico con Genova.
Siamo alla fine dell’XI secolo. Mortara ricopre un ruolo di primo piano all’interno della Contea di Lomello, realtà politico-amministrativa inserita nel Sacro Romano Impero e protagonista di una guerra strisciante con Pavia in nome di una auspicata e piena “indipendenza”. In questi anni, precisamente nel 1080, il benestante mortarese Adamo costruisce l’abbazia di Santa Croce, glorioso capitolo della storia lomellina con i suoi Canonici regolari, meglio noti come Ordine Mortariense. La Mortariensis ecclesia è ricordata come uno degli ordini monastici più potenti dell’intera Europa fra l’XI e il XV secolo: un illustre percorso iniziato nel 1083 e terminato nel 1449, quando la congregazione di canonici regolari che vivevano osservando la Regola di sant’Agostino confluirà nei Canonici regolari del Santissimo Salvatore lateranense, più noti come Lateranensi.
Ebbene, questo Adamo appartiene ai conti Da Mortara, ramo dei più noti Conti di Lomello: già sostenitori di Arduino d’Ivrea nella seconda metà dell’XI secolo, i conti Da Mortara erano molti ligi e devoti alla prosperità della Chiesa. Santa Croce diventa da subito una delle abbazie più ricche del Nord Italia e oltre: forse perché Adamo era un nobile a stretto contatto con le alte gerarchie ecclesiastiche? Fatto sta che il 14 settembre 1096 papa Urbano II, di rientro dalla Francia, consacra solennemente un altare (probabilmente quello maggiore) della chiesa dedicandolo alla Santa Croce, a Maria Santissima e agli Apostoli. La data non è casuale essendo la ricorrenza dell’Esaltazione della Santa Croce. Per inciso, nei mesi precedenti il pontefice era ritornato nella sua terra natale, la Francia, per presiedere il Concilio di Clermont Ferrand e lanciare il celebre grido di battaglia “Dio lo vuole!”, in vista della prima Crociata per la conquista di Gerusalemme. E la Crociata tornerà più avanti in questo racconto…
Passiamo a Genova, che proprio intorno al 1096 comincia a rendersi autonoma dal Sacro Romano Impero come libero Comune partecipando, fra l’altro, alla prima Crociata. Nella prima parte della sua gloriosa storia, la realtà amministrativa genovese è chiamata “Compagna Communis”, costituita nel 1099: solo nel 1528 muterà ufficialmente nome in Serenissima Repubblica di Genova su iniziativa dell’ammiraglio Andrea Doria.
E qui arriviamo al primo tassello comune fra Mortara e Genova, fra la Lomellina e la Liguria. Nel 1086 Airaldo Guaracco di Caltignaga diventa il secondo preposito dell’abbazia di Santa Croce succedendo a Gandolfo di Garlasco. Resterà a Mortara undici anni prima di essere eletto vescovo di Genova: sarà consacrato solo due anni dopo, nel 1099, e morirà il 22 agosto 1116. Secondo Cristina Andenna, autrice del volume Mortariensis Ecclesia. Una congregazione di canonici regolari in Italia settentrionale tra XI e XII secolo, nei due anni seguenti all’elezione, Airaldo ricoprirà sia la funzione vescovile a Genova sia quella prepositurale a Mortara. Dettaglio non secondario…
Da qui inizia lo «scambio di favori» fra Mortara e Genova. «La notizia erudita – scrive Valeria Corti in La congregazione dei canonici regolari di Santa Croce di Mortara: una sintesi del percorso storico secondo la storiografia contemporanea, pubblicato nel 2010 su Antonianum – acquista credibilità dal fatto storico che, nel 1100, nel nuovo ruolo di vescovo di Genova, Airaldo fu autore o mediatore della donazione a Santa Croce di Mortara di tre chiese poste nelle località dei possedimenti dei conti di Pombia, cui egli era imparentato per via collaterale».
Fra questi luoghi di culto c’è la chiesa di San Teodoro di Fassolo, che il vescovo Airaldo consacrerà affidandola a due sacerdoti chiamati a condurre una vita regolare di tipo canonicale. Se ne parla in un documento del 1100 emesso dall’arcivescovo di Milano Anselmo IV e sottoscritto anche da un certo Adamo, menzionato con la qualifica di mortariensis electus. Potrebbe trattarsi dello stesso Adamo fondatore dell’abbazia e probabile preposito facente funzioni: nella cronotassi dei prepositi abbaziali mortaresi, infatti, c’è un buco di cinque anni, dal 1097 al 1102.

A Genova la chiesa di san Teodoro sorge fuori dalle mura cittadine sul lungomare che conduceva a Ponente attraverso una via di collegamento, piuttosto impervia, stretta da grossi scogli e dalla collina, da cui scendevano piccoli torrenti. Consacrata appunto nel 1100, è affidata ai Canonici Mortariensi, che vi officeranno fino al XV secolo quando saranno sostituiti dai Canonici Lateranensi. La chiesa romanica sarà molto amata dalle famiglie patrizie genovesi, che contribuirono generosamente alla realizzazione delle decorazioni: sarà abbattuta nel 1870, per ragioni di viabilità cittadina (l’apertura dell’attuale via Milano) e per consentire l’ampliamento del porto.
Le nozze fra l’esponente dei conti di Lomello e la figlia, di cui ignoriamo il nome, di Guglielmo Embrìaco (o degli Embriaci), uno dei politici più in vista della futura Repubblica di Genova, rappresentano il trampolino di lancio per Gandolfo. L’Embrìaco, solo per inquadrarlo come merita, nel 1099 era stato fra i protagonisti della conquista di Gerusalemme durante la prima Crociata. La fama di questo generale e mercante era all’apice fra XI e XII secolo: fra l’altro, egli non disgiunse mai l’impegno militare e politico da quello per la Chiesa di Genova.
Dunque, non sarebbe peregrino ipotizzare che il vescovo di Genova (e abate di Santa Croce) e il trionfatore di Gerusalemme fossero in buoni rapporti, tanto che il primo dovette aver giocato un ruolo fondamentale nel far arrivare Gandolfo dalla Lomellina per le nozze con la figlia del secondo. Da Gandolfo trasse origine la famiglia patrizia dei Lomellini, che avrebbe scritto la storia della Superba al pari dei Doria, degli Spinola, dei Fieschi, dei Grimaldi e dei Durazzo.
Per la cronaca, nel Medio Evo l’abbazia di Santa Croce estese l’autorità, a Genova e nella sua riviera, anche sulla basilica di Santa Maria delle Vigne (il più antico santuario mariano di Genova), sul santuario e convento di Nostra Signora del Monte (quartiere di San Fruttuoso), e sui priorati di Santa Maria del Piano (Cassinelle), San Giovanni Battista di Pavarano, Santa Maria d’Albaro (oggi nota come Santa Maria del Prato, in via Parini), Santa Maria di Castello (sotto la protezione della famiglia degli Embriaci), Santa Maria di Granarolo e San Pietro di Pra’. E a Levante, fra San Rocco di Camogli e Punta Chiappa, non dimentichiamo il suggestivo priorato di San Nicolao di Capo di Monte (San Nicolò di Capodimonte) a picco sul mare (foto sotto).
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