Virgilio Forni, morto nel 1968 all’età di 84 anni, era noto come il Caravaggio di campagna. Fu dottore in chimica, campione di remo, disciplina in cui nel 1904 a Parigi vinse i campionati mondiali, grande appassionato di caccia e allevatore di pointers inglesi, ma soprattutto agricoltore lomellino. La sua era la famiglia di imprenditori agricoli (fittabili si dice in Lomellina) più influente a cavallo di Otto e Novecento, con basi a Mortara e a Valeggio Lomellina.
Fu selezionatore della varietà di riso Balilla, quotata ancora oggi nelle borse merci di Mortara e di tutta Italia, di cui donò i diritti all’Ente nazionale risi: nel secondo dopoguerra diventerà presidente della Federazione nazionale affittuari, membro del comitato di presidenza di Confagricoltura e presidente della Società anonima produttori di riso (Sapri).
Le sue nature morte racchiudono l’antico e austero mondo contadino della Lomellina dipinto da un protagonista, pittore autodidatta che iniziò a dipingere oli su tela, su cartone e su tavola nel 1926 mentre era costretto all’immobilità a causa di uno strappo muscolare.
Nel 1929 l’agricoltore aveva organizzato una prova per cani al beccaccino nella riserva di Valeggio Lomellina: fra gli ospiti c’era Leonardo Dudreville, che nel 1922 a Milano era stato fra gli iniziatori del movimento artistico del Novecento e che sarà esponente di spicco dell’iperrealismo italiano durante il ventennio fascista. «Dudreville – scriverà Luigi Gianoli nella presentazione della personale milanese del 1951 – aveva scorto in questo fortuito autodidatta un senso vivo e spontaneo dell’impasto dei colori e un gusto delle tonalità così fine e generoso da restare stupito. E così Forni prese a copiare dal vero provandoci assai più gusto. Cacciatore e agricoltore, incominciò a dipingere le cose vive e morte del suo meraviglioso mondo. I pennelli cercavano di riprodurre con minuzia e appassionata fedeltà l’aspetto delle cose più care: i poveri beccaccini morti, i regali fagiani appesi, la rossa allegria delle mele, il nobile sussiego dei libri accanto a una tazza o a un popone».
Allo stesso tempo, appunto, fu amante dell’arte e amico dei suoi protagonisti della prima metà del Novecento. Gli uffici milanesi della Sapri si trovavano a pochi passi dalla Galleria del Naviglio, dove era diventato amico del direttore Carlo Cardazzo e dove aveva conosciuto artisti come Fontana, Scanavino, Dova, Sassu, Fabbri e Carrà.
Il sodalizio milanese continuava negli anni Cinquanta ad Albissola, luogo di vacanza della famiglia, dove Forni riuniva tutti questi artisti, cui si aggiunsero gli esponenti del gruppo Cobra (Aleschinsky, Apple, Corneille, Jorn). Il luogo di ritrovo era il ristorante Pescetto, il cui proprietario offriva al gruppo di artisti vitto e alloggio in cambio delle loro opere. Quella collezione permanente, che comprendeva fra l’altro le “nature” di Fontana e i pannelli dipinti a tempera da Aligi, è stata poi donata da Pescetto al Comune di Albissola. Senza dimenticare le celebri fabbriche di ceramiche di Albissola, fra cui la fornace di Tullio d’Albissola, dove già gli artisti futuristi andavano a cuocere i lavori in terra creta.
Questo gruppo di amici organizzò, a sua insaputa, la prima mostra di Forni alla galleria Ranzini di Milano raccogliendo segretamente dipinti da amici e familiari. Fu uno “scherzo” affettuoso che Virgilio Forni dimostrò di apprezzare. Il critico Gianoli elaborò un testo per presentare al pubblico milanese uno sconosciuto agricoltore lomellino, che dipingeva i frutti del suo orto e le prede delle sue battute di caccia senza aver mai frequentato una scuola d’arte. Dipingeva per doti e sensibilità naturali: e lo farà ancora fino al 1968, anno della morte, lavorando con morbidi colori a olio che stendeva su tela o su cartone. Senza alcuna relazione con Morandi, di cui era buon conoscitore e collezionista di incisioni».
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