Il 24 di maggio a Ferrera, grande sciopero terribile guerra

La primavera del 1912 sarà ricordata in Lomellina come quella più agitata e ricca di scioperi dell’età giolittiana. Le mondariso lottano per far rispettare i patti sottoscritti dai fittabili, mentre questi ultimi, sfruttando l’abbondanza di manodopera, tentano di aggirarli. In alcuni paesi si mira addirittura a un miglioramento salariale. Per la prima volta dal 1901 è muro contro muro: ne è un esempio emblematico la scelta del settimanale delle leghe lomelline di abbandonare la testata “Contadino” per assumere quella più classista di “Proletario”.

Che la stagione sarà turbolenta si capisce già domenica 21 gennaio, quando la Camera del lavoro di Pavia organizza un convegno per la monda del riso. Per la bassa Lomellina partecipa Eugenio Riba, secondo cui in diversi paesi attorno a Mede e a Sannazzaro de’ Burgondi si è già concordata una paga oraria di trenta centesimi per otto ore di lavoro. Secondo la “Plebe” sarà assicurato lavoro a tutte le mondariso locali, mentre la Federterra nazionale avrebbe inviato lavoratrici solamente in caso di eccesso di domanda. A Pavia è assente la Federazione proletaria lomellina di Mortara, che chiede comunque che «i lavoratori forestieri non vadano a disturbare le lotte che i mondarisi locali faranno a tempo opportuno». I sindacalisti pavesi, però, si dicono scettici sulla strategia adottata dai lomellini e insistono sulla necessità di concordati preventivi: «I padroni, per non trovarsi alla monda col laccio al collo, faranno reclutare i crumiri dai capisquadra ovunque si trovino. E sulle montagne del Bobbiese e del Piacentino, sul Ferrarese, sul Milanese, pagandoli come li pagano, ne trovano a volontà». La manodopera forestiera chiamata ogni stagione in Lomellina si attesta sulle 60.000 unità, di cui 5.000 inquadrate nelle organizzazioni sindacali. Per evitare scontri fra locali e forestiere, la “Plebe” suggerisce di eliminare la figura del caposquadra, affinché anche le mondariso forestiere firmino contratti regolari attraverso gli uffici di collocamento, che in questo modo «non butteranno sulla piazza una esuberante concorrenza». Prima, però, è necessario che le locali e i fittabili sottoscrivano un contratto stagionale.

Da parte loro, i fittabili incolpano sia la Federazione nazionale dei lavoratori della terra di Bologna, guidata dalla battagliera segretaria Argentina Altobelli, sia la Federazione proletaria lomellina, con a capo Egisto Cagnoni. Dal 1908 la Federterra stipula patti per la monda del riso con le associazioni degli agricoltori di Mortara, di Novara e di Vercelli. La paga oraria, per una giornata di dieci ore, era di 23 centesimi per il 1908, di 24 per il 1909 e di 27 per i due anni successivi: per il 1912 la Federterra avanza la proposta di 30 centesimi, rifiutata dalle organizzazioni degli agricoltori. La Altobelli avrebbe cercato di forzare la mano ai risicoltori piemontesi, che però, secondo il mortarese “Giornale della Lomellina”, avrebbero resistito.

In Lomellina Cagnoni, che negli anni precedenti aveva fatto leva sulla manodopera forestiera, questa volta si sarebbe accodato alle richieste di Bologna « sollevando i mondarisi locali contro i fittabili per impedire che le squadre forestiere, assunte dai fittabili senza il concorso della Federazione di Bologna, scendessero nelle risaie a lavorare ». Ma il capo carismatico e incontrastato delle leghe “rosse” avrebbe «fatto i conti senza l’oste» perché i fittabili lomellini contrasteranno le richieste della Federterra.

Le agitazioni, come previsto a gennaio, iniziano nella seconda metà di maggio: la “Plebe”, nel numero di sabato 25, registra scioperi a Ferrera Erbognone, a Sartirana Lomellina e a Zerbolò, ma il lavoro si fermerà anche a Mortara, a Mede e a Olevano di Lomellina. Una settimana più tardi, il giornale pavese scriverà che le mondariso locali lottano per una paga di 30 centesimi l’ora e per le otto ore di lavoro, criticando poi la legge che fissa una disparità di trattamento salariale fra locali e forestiere: «È una legge nell’interesse dei padroni e va cambiata». Da ultimo, si auspica la massima solidarietà fra le mondariso del posto e quelle venute da fuori. Visione opposta da parte dei fittabili, che sul Giornale della Lomellina del 31 maggio affermano: «I mondarisi forestieri continuano tranquilli il loro lavoro non curandosi del vociare delle povere illuse locali».

Nel caso di Ferrera Erbognone, la parte padronale è rappresentata dal nobiluomo Attilio Strada, proprietario della tenuta agricola di via Stazione situata di fronte al palazzo di famiglia, a pochi metri dalla stazione ferroviaria. Come sarà riportato anche dal canto popolare, l’ex sindaco è noto in paese con il soprannome di Sultano. Qualche giorno prima dell’inizio dei lavori della monda del riso, Strada anticipa di voler concedere una paga giornaliera di 2,30 lire, venti centesimi in meno rispetto all’anno precedente, ma lo sciopero del 25 maggio, secondo il “Proletario”, lo costringerà ad accordare 2,60 lire, addirittura con un aumento di 10 centesimi rispetto al 1911. Martedì 28 maggio le braccianti locali torneranno al lavoro per mondare tutti i canonici quaranta giorni. Le squadre dovranno essere impiegate indistintamente per un numero uguale di giornate, sicure che a Ferrera Erbognone non arriverà più una forestiera. In ogni caso, a detta dell’“Eco della Lomellina”, l’obiettivo delle otto ore di lavoro non sarà raggiunto perché la paga concessa da Strada è riferita a nove ore. « Noi possiamo andar lieti della vittoria ottenuta, perché questa è dovuta all’organizzazione, » scriverà il “Proletario” del 31 maggio. Secondo la “Plebe”, invece, sarà il deputato oltrepadano Luigi Montemartini a comporre lo sciopero « con soddisfazione dei lavoratori »: «Il governo ha dovuto riconoscere che i fittabili non rispettano la legge».

Nei primi giorni di giugno gli scioperi saranno terminati, tranne che a Olevano di Lomellina, dove i fittabili preferiscono concedere 34 centesimi l’ora ai lavoratori forestieri piuttosto che 31 a quelli locali.

Il paese nel caos

Lo sciopero di venerdì 24 maggio è ricordato ancora oggi come l’evento più celebre dell’epopea della risaia, quando le mondine locali dovevano periodicamente difendersi da quelle forestiere, le crumire, chiamate dai fittabili per stroncarne la resistenza. La drammaticità dell’episodio è riassunta nel primo capoverso della cronaca apparsa sul “Proletario” del 7 giugno, dal titolo La neutralità del governo alla sbarra, a firma di Carlo Azimonti: «In otto anni che sono in mezzo agli scioperi e alle agitazioni operaie, non mi è mai capitato di vedere la forza pubblica mettersi sfacciatamente al servizio dei padroni come nello sciopero di Ferrera Erbognone».

Il sindacalista di Busto Arsizio è testimone oculare dei fatti di giovedì 23 e di venerdì 24 maggio. Sul treno in arrivo da Pavia alle ore 15.50 viaggiano ottanta mondine forestiere, oltre allo stesso Azimonti, a Eugenio Riba e a Bucci, un terzo sindacalista. Il clima è subito teso: le scioperanti sono al corrente dell’arrivo delle crumire e si portano alla stazione ferroviaria aspettando in silenzio. I tre sindacalisti avvicinano le forestiere per informarle dell’astensione dal lavoro indetta dalle locali. La loro risposta è accomodante: se ci fosse un treno in partenza, lascerebbero subito Ferrera Erbognone. In ogni caso, si dicono solidali con le locali anticipando che non avrebbero lavorato.

Palazzo Strada di Ferrera Erbognone, residenza del nobiluomo Attilio Strada

Riba comunica la decisione strappando alle locali un applauso fragoroso: «Compagne, le forestiere arrivate ci hanno promesso che non lavoreranno. State calme!». Sul posto sono già presenti il maresciallo dei carabinieri di Sannazzaro de’ Burgondi, Gobbini, al comando di quaranta militari, e il commissario di pubblica sicurezza, Morelli, che inveisce furibondo contro i sindacalisti: «Queste donne domani lavoreranno! Ve lo garantisco io!». Di fronte alla minaccia, le locali iniziano a rumoreggiare, ma sono tranquillizzate dai tre sindacalisti, che indicono in fretta e furia una riunione nella sede della lega contadina. Secondo l’“Eco della Lomellina”, le mondariso locali si distendono per terra per cercare di ostruire il passaggio e «formando in qualche punto delle vere barricate di corpi umani». I carabinieri ne rialzano qualcuna, che però si rimette subito distesa per terra. Si decide di pagare il biglietto di ritorno alle mondariso decise a ritornare a casa e di dar vitto e alloggio a quelle che sarebbero state cacciate dalla cascina di Strada per la solidarietà con le scioperanti. In via Stazione, però, i carabinieri controllano l’ingresso della cascina tanto che i sindacalisti non riescono a comunicare le decisioni assunte poco prima. Intanto, le locali riflettono sulla minaccia di Morelli temendo che l’indomani le forestiere, volenti o nolenti, avrebbero rotto il fronte dello sciopero.

All’alba di venerdì 24 maggio, verso le ore 5, le scioperanti si radunano davanti alla cascina, da cui escono cinquanta mondariso scortate dai carabinieri. Le locali corrono loro incontro gridando «Non tradite, venite alla lega. Vi daremo da mangiare, vi daremo alloggio, vi daremo i soldi per tornare a casa!». Sono attimi concitati: le forestiere tentano di rientrare in cascina, ma sono respinte dai militari, che, dopo l’ordine del commissario, si slanciano sulle mondine locali percuotendo e ferendo donne, ragazze e bambini. Nel trambusto, fra le urla e i fendenti dei carabinieri, Maria Provera è tratta in arresto: la mondina ventiquattrenne è alla testa dello sciopero e dell’opposizione alle crumire.

Di fronte alle donne sanguinanti, Riba si reca in una trattoria per scrivere un biglietto al medico, affinché venga a visitare i feriti, ma viene anch’egli arrestato. Entrambi sono scortati da sei carabinieri verso le carceri mandamentali di Sannazzaro de’ Burgondi. Intanto Azimonti cerca di ammansire le scioperanti «frenando lo sdegno ch’[era] in loro per evitare cose spiacevoli». Lo sciopero generale è proclamato seduta stante e i negozi del paese rimarranno chiusi per due giorni consecutivi trasformando Ferrera Erbognone in un paese in stato d’assedio. Secondo l’“Eco della Lomellina”, che esce domenica 26 maggio, sarebbe imminente anche lo sciopero dei salariati, pronti a far causa comune con le braccianti per far cedere i fittabili, che però sembrano decisi a resistere. «Se Giolitti avesse tutti di questi agenti dell’ordine, il disordine in Italia regnerebbe in permanenza», ironizza il sindacalista bustese.

Qualche minuto dopo, Morelli e Azimonti si trovano faccia a faccia. «Io sono deciso a liquidare questo sciopero a costo di fare altri quindici o venti arresti», minaccia il primo. Il secondo replica a muso duro, prima di andarsene: «Faccia quello che crede, io non ho che una responsabilità: verso la Federazione nazionale dei lavoratori della terra. Agirò come meglio si deve per la tutela degli interessi dei lavoratori in sciopero». Solamente il buon senso del maresciallo dei carabinieri, secondo Azimonti, avrebbe evitato altri arresti nella giornata di sabato 25 maggio.

Riba in manette

Nel mirino dei carabinieri c’è il maestro Eugenio Riba. Lo conferma Azimonti appena sceso dal treno, riportando le parole delle scioperanti: «Eh, il Riba sarà arrestato, l’hanno giurato i fittabili. Prima ancora che scioperassimo, i fittabili ebbero a dire: se fate sciopero, il vostro maestro, lo faremo arrestare e faremo arrestare anche qualcuna di voi». Azimonti arriva alla conclusione che gli arresti siano stati eseguiti non per un motivo plausibile, ma per tagliare le gambe allo sciopero. Lo confermerebbero anche le mezze frasi di Morelli («Questo Riba voglio levarmelo dai piedi») e il fatto che i carabinieri abbiano trascinato Maria Provera in manette davanti all’avvocato Strada, che avrebbe «sghignazzato di compiacenza». Senza contare le provocazioni lanciate dai carabinieri all’indirizzo delle mondariso diversi giorni dopo lo sciopero: «Il vostro Riba non viene a tenervi delle conferenze? La vostra Maria non viene a mondare?».

Riba è un sindacalista molto noto in Lomellina. Nato a Caraglio (Cuneo) nel 1880, s’iscrive alla sezione socialista di Genova Voltri nel 1897 e poi si trasferisce in provincia di Novara, dove sarà maestro elementare in diversi paesi. «Fu sempre benvoluto benché d’avanguardia, fautore della scuola laica, praticante un insegnamento rispettoso della libertà di coscienza e attento ai diritti dei bambini», scrivono Cesare Bermani e Filippo Colombara in Cento anni di socialismo nel Novarese. Descritto dalla polizia come uomo dall’espressione « truce, da delinquente » e dall’abbigliamento dimesso, sarà sottoposto a stretta sorveglianza sino agli anni Venti. Legato alla frazione intransigente rivoluzionaria che fa capo a Enrico Ferri, Riba si professerà sempre antimilitarista e anticlericale, occupandosi di problemi scolastici e diffondendo il verbo socialista in decine di comizi e di conferenze. Condannato l’8 febbraio 1907 a tre mesi e ventisette giorni di reclusione per ingiuria continuata a mezzo stampa e vilipendio dell’esercito, usufruisce dell’amnistia del 14 novembre di quell’anno.

Nel 1911 è trasferito dalla scuola elementare di Romentino, nel Novarese, a quella di Mede, dove è nominato segretario della sezione del Psi, dell’associazione Pro emigranti e della Federazione dei lavoratori della terra del collegio elettorale di Sannazzaro de’ Burgondi. Tra ottobre e novembre parla in pubblico a Goido, Lomello, Pieve del Cairo e Zinasco. Domenica 12 novembre è a Ferrera Erbognone per la conferenza “Mondo che va, mondo che viene”. Parlerà alla sala della Soms anche il 3 marzo 1912 malgrado il divieto impartito dal vice commissario Morelli: per questo motivo, alla metà di aprile sarà processato e condannato dal pretore di Sannazzaro de’ Burgondi al pagamento di un’ammenda di 16 lire. La difesa era stata affidata all’avvocato Sarfatti.

Parteciperà alla Grande Guerra raggiungendo il grado di tenente, malgrado il parere contrario della sottoprefettura di Biella. Il 1° dicembre 1919 sarà eletto deputato del Psi nel collegio di Genova Porto Maurizio. Nel 1921 a Pegli i fascisti, nel corso di una spedizione punitiva, gli uccidono il figlio quindicenne Aldo: il lutto lo spingerà gradualmente ad abbandonare la militanza politica. Nel 1930 risulterà iscritto all’Associazione nazionale degli insegnanti fascisti, all’Opera nazionale dopolavoro (Ond) e all’Associazione nazionale fascista combattenti. Queste attività gli varranno la radiazione dallo “schedario dei sovversivi”. Morirà nel 1938 a Pegli.

Lo sciopero in Parlamento

Gli scioperi di maggio-giugno e l’arresto del maestro Riba approderanno anche alla Camera dei deputati attraverso tre interrogazioni firmate dal socialista Angiolo Cabrini e una del liberal-costituzionale Gaetano Calvi. Il dibattito parlamentare è riassunto dall’“Eco della Lomellina” di domenica 2 giugno. All’interrogazione di Cabrini risponde Alfredo Falcioni, sottosegretario di Stato al ministero dell’Interno, secondo cui lo sciopero di Ferrera Erbognone fu causato esclusivamente dal disaccordo sull’orario di lavoro: otto ore per le risaiole, nove per i fittabili; sulla mercede, invece, non ci sarebbe stato conflitto. La minaccia di sciopero spinge l’autorità prefettizia di Pavia a inviare sul posto un commissario, Morelli, che in Parlamento riceve le lodi di Falcioni. Lo sciopero è accompagnato da «ribellioni e violenze contro un nucleo di operai che erano stati fatti chiamare da fuori per sostituire gli scioperanti».

Riba è arrestato: dovrebbe essere giudicato per direttissima, ma ciò non succede perché trascorreranno quarantotto ore prescritte dal Codice di procedura penale. L’onorevole Falcioni non si pronuncia sulle cause dell’arresto, tanto più che Riba è ancora in carcere in attesa di giudizio, e rinvia la risposta sull’interpretazione di alcuni articoli della legge 16 giugno 1907 sul lavoro in risaia, che sarà difficilmente applicata a causa dell’ostruzionismo dei fittabili. Da parte sua, Cabrini rievoca i giorni del maggio 1898, quando le agitazioni per il pane furono represse a cannonate: anche Strada nasconderebbe «un’anima nostalgica per quei sistemi», senza contare che avrebbe voluto diminuire la paga giornaliera da 2,50 ad addirittura 2,30 lire. Inoltre, il deputato del Psi difende Riba, che si trovava a scrivere distante dal luogo in cui le scioperanti affrontavano le crumire e i carabinieri: «Secondo diverse testimonianze, si è trattato di un arresto premeditato». Poi respinge le lodi a Morelli, che ordinò di percuotere le donne distese per terra e che fece trasportare Riba davanti ad Attilio Strada: «Ora questo atto compiuto dalla polizia è quanto di più odioso si possa concepire in regime di pretesa democrazia».

Il commento del settimanale di Sannazzaro de’ Burgondi non è favorevole a Cabrini: «Dalle risultanze delle nostre indagini ci sembra che le informazioni avute dall’on. Cabrini non siano troppo esatte».

Processo e assoluzione

Riba e Maria Provera rimarranno in carcere tredici giorni, non essendo stata provata l’accusa di resistenza e violenza alla forza pubblica. L’avvocato Cesare Sarfatti aveva chiesto di rimettere i due in libertà provvisoria già pochi giorni dopo l’arresto, ma il pretore si era opposto sostenendo che la questione fosse di competenza del procuratore del re.

Maria Provera

Intanto, si apre la sottoscrizione per raccogliere i fondi con cui coprire le spese processuali. Contributi arrivano da gran parte della Lomellina e delle province limitrofe di Alessandria e di Novara: sul settimanale di Mortara compaiono le leghe contadine di Gropello Cairoli, Lomello, Mede, Mezzano di Sannazzaro, Pieve del Cairo, San Giorgio di Lomellina, Tromello, Zinasco, Granozzo, Nibbiola, Prato Sesia e Vignano, il circolo socialista e la squadra ferrovieri di Sannazzaro de’ Burgondi, i circoli socialisti di Breme, Carbonara al Ticino, Monticello e Robbio, i socialisti di Goido e Pieve Albignola, la Società di mutuo soccorso di Balossa Bigli, il circolo giovanile socialista di Valenza, le leghe femminili di Sannazzaro de’ Burgondi e Santhià, il circolo Unione di Galliate, le case del popolo di Sant’Angelo Lomellina, Galliate e Santhià, e la sezione socialista di Cameri. Poi ci sono cittadini di Roma, Novara, Ottobiano e Arona: fra loro anche Vittorio Codovilla, nato a Ottobiano nel 1894, che dona tre lire insieme al compagno Vincenzo Crotti. Codovilla emigrerà in Argentina e, durante la guerra civile spagnola, diventerà un agente di primo piano del Comintern comunista controllato da Stalin. Alla sottoscrizione per Riba e per la Provera partecipano anche le mondine in sciopero «per la grande vittoria riportata contro la prepotenza padronale», che versano 205,90 lire. In totale, fino all’inizio di ottobre si raggiunge la cifra di 583,30 lire.

Riba tornerà a parlare in pubblico a Ferrera Erbognone domenica 1° settembre. Al comizio aperto da Luigi Cordara prende parte anche la femminista Alma Dolens, pseudonimo che nasconde la contessa Teresita Pasini della Pisana, poetessa, scrittrice e pacifista, che si rivolge in particolare alle donne lavoratrici riunite nella lega contadina femminile. Memore dello sciopero di quattro mesi prima rimasto nell’immaginario collettivo per il ruolo di Maria Provera, l’articolista Ruit hora scrive: «All’erta padroni, le donne di Ferrera saranno le prime a sventolare la bandiera della rivendicazione».

Il processo per i fatti del 24 maggio 1912 si terrà il 9 gennaio 1914, ancora un venerdì. Sul banco degli imputati salgono Riba e nove mondariso capitanate dalla Provera con l’accusa di attentato alla libertà del lavoro ai sensi degli articoli 166 e 167 del Codice penale «per aver usato violenza e minacce alle mondarise [sic] forestiere al fine di imporre al fittabile Strada Attilio aumento di salario», come riporta la “Plebe” del 10 gennaio. La tesi dell’avvocato difensore, Sarfatti, secondo cui il tribunale dovrebbe applicare l’amnistia proclamata dal governo, è accolta dal giudice. «Così la montagna partorì… il topolino», commenta la lega contadina sul settimanale di Pavia.

La canzone di Maria

Tale fu l’eco dello scontro fra le mondariso e i carabinieri che, pochi giorni dopo lo sciopero, sarà scritta la canzone popolare Le mondine contro la cavalleria, conosciuta anche come La canzone di Maria Provera. La tradizione orale vuole che Riba e Maria Provera, dopo essere stati rilasciati in libertà provvisoria, siano stati accolti con queste strofe. Il testo parla di tredici giorni di prigione, ma altre fonti affermano che i due usciranno solamente il 16 luglio.

Il canto avrà una grande fortuna nel corso dei decenni successivi: intonato da diverse generazioni di mondariso locali, sarà registrato una prima volta nel 1969 da Silvio Uggeri, che intervisterà la stessa Maria Provera (1888-1977), oltre a Maria Fuggini e a Teresina Tartara. Il brano comparirà nella raccolta Il bosco degli alberi stampata dall’etichetta discografica “I dischi del sole”, fondata a Milano dall’istituto De Martino. Il 5 luglio 1987 la canzone sarà registrata una seconda volta dagli etnografi Pietro Sassu e Marco Savini, e poi inserita nella raccolta “Curì o gént”: le voci appartengono alle mondine Rosa Bagnoli, Adriana Battaggia, Fernanda Bellani, Teresina Cerri, Carmela Freddi, Luisa Pilloni, Erminia Ruggini e Lina Soldani.

Ecco il testo riportato da Nanni Svampa nella raccolta La mia morosa cara.

Il ventiquattro di maggio a Ferrera

grande sciopero, terribile guerra;

erano tutti in una stretta via

accompagnati dalla polizia.

Nel vedere le crumire uscire

le scioperanti si misero davanti:

« Se avete il coraggio di andare

ci tradite noi tutte quante ».

Nel veder le crumire ostinate

le scioperanti si misero davanti

e lor si sono gettate per terra:

« Calpestateci se avete il coraggio ».

Il commissario con grande amarezza:

« Non ubbidite alla pubblica sicurezza;

non vedete che questa è viltà?

Se non vi alzate vi faccio ‘restà ».

Le scioperanti si sono alzate:

« Non è vero che questa è viltà;

son venuti e han fatto violenza

trascinandoci con libertà ».

Il commissario con grande ironia,

disse agli altri: « Andate pur via,

si ferma solo la Provera Maria,

che con noi la vogliamo portar » .

La ragazza andava pian piano

l’hanno condotta davanti al Sultano;

il Sultano sbeffando le disse:

« Son contento e ancor più felice ».

Le scioperanti non dicon parola,

si recaron in mezzo alla folla

e sentiron la brutta novità:

« Il vostro Riba ve l’hanno ‘restà ».

Quando Riba fu giunto sul treno,

con la mano ci diede l’addio:

« Non piangete miei cari compagni,

che ben presto sarò qui con voi ».

A Sannazzaro che sono arrivati

l’hanno rinchiusi in una prigione

come se fossero dei malfattori,

mentre invece era gente d’onor.

Tredici giorni di malinconia

fu terminato in grande allegria:

han lasciato il Riba e Maria,

l’abbiamo coperti di rose e di fior.


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Pubblicato da Umberto De Agostino

Giornalista (quotidiano La Provincia pavese, settimanale L'Informatore lomellino di Mortara e undici periodici comunali) e direttore dell'Ecomuseo del paesaggio lomellino. Già autore per Fratelli Frilli Editori (Il brigante e la mondina, La contessa nera, Manzoni e la spia austriaca).

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