Una nuova pubblicazione sulla figura della nobildonna Luisa Busca Arconati Visconti e sull’agricoltura della Lomellina.
La prefazione di Marta Sempio
Non ricordo il momento in cui ho fatto conoscenza con donna Luigia Busca, figlia adottiva del marchese Antonio Busca e moglie del conte Pietro Sormani Andreani Verri: probabilmente la prima notizia del suo passaggio nelle terre della mia adorata Tessera l’ho avuta leggendo qualche notizia, qua e là, sulla storia del territorio di Valeggio, magari in un libro scritto proprio dall’amico Umberto De Agostino, che ho coinvolto in questo progetto e che ringrazio infinitamente per la passione, la competenza e la pazienza.
Ma da quella che era poco più di una suggestione è nata l’idea di far emergere, dalle pagine degli archivi e delle cronache dell’epoca, la figura di questa donna, così legata a quella che per me è “casa”, e che, grazie all’intreccio delle vicende della sua celebre famiglia sul territorio lomellino, avrebbe potuto aiutarci a raccontare questa terra meravigliosa e portatrice di ricchissime eredità.
Se il nome del marchese Antonio Busca campeggia sulla facciata della casa padronale della Tessera (accanto alla data 1854), sappiamo che la giovane Luigia, nipote del marchese e sua figlia adottiva, fu la prima donna proprietaria della tenuta assieme al castello di Valeggio (uno dei più imponenti e suggestivi della Lomellina) e alla cascina Erbogna. Incontriamo il suo nome (donna Luigia, o Luisa più confidenzialmente) in diversi documenti, risalenti alla fine Ottocento-inizio Novecento, che ancora oggi capita di consultare. E, in mezzo a queste pagine segnate dal tempo, leggiamo di una donna che firma atti, concede affitti, coordina i rapporti con i comuni e le parrocchie, intrattiene relazioni, sempre, come era d’uso e di legge, “con l’autorizzazione del marito”, il conte Pietro Sormani Andreani Verri. Appena ci si addentra tra i documenti che restituiscono gli archivi, ci si trova davanti a una donna poliedrica, che ha avuto un’infanzia non certo facile e che ha vissuto con grande attaccamento, responsabilità e iniziativa la gestione delle proprietà di famiglia. I suoi genitori morirono in circostanze tragiche e Luisa, con le sue sorelle, venne adottata dallo zio Antonio Busca, che scomparve dopo pochi anni. E proprio a Luisa lo zio lasciò in eredità il possedimento di Valeggio, assieme alla celebre Villa Arconati (il “Castellazzo di Bollate”).
La famiglia Busca Arconati Visconti ha lasciato una traccia importante nei luoghi che ha attraversato, così come le numerose famiglie della nobilità milanese che si dividevano tra i lussi dei palazzi milanesi, i ricevimenti, le serate alla Scala e l’amministrazione dei possedimenti lomellini tutte le famiglie che hanno intersecato nei secoli la famiglia Busca, e che ritroviamo nei toponimi che incontriamo tutti i giorni (la roggia Busca, la fontana Arconati, la cascina Crivellina…) e che hanno disegnato il passato e il presente di una ampia parte di Lomellina.
La Lomellina, che Umberto definisce “coprotagonista” di questa biografia, è terra fatta di acqua, agricoltura, storia, una terra di biodiversità e risaie, di castelli e cascine…
La bellezza del paesaggio, ricco di distese di acqua che riflettono l’intensità del cielo, potrebbe far pensare a un’opera della natura, mentre, in realtà, a lasciare un segno indelebile è stata l’opera di uomini e donne che nei secoli hanno trasformato un’area ondulata, occupata da una fitta e variegata vegetazione, in una zona arricchita da terreni coltivabili: dalle comunità di monaci del Medioevo alle famiglie della grande aristocrazia rinascimentale, molti sono stati gli illustri protagonisti della storia del nostro territorio, a partire dagli Sforza e dai Visconti.
La Lomellina mai come oggi sente l’urgenza di raccontarsi e di farsi scoprire, e, perché no, di riscoprirsi nella propria identità e vocazione. E l’idea di iniziare a osservare luoghi, persone, vicende, attraverso gli occhi di una protagonista del suo tempo aggiunge colore e profondità alla lettura del racconto di questo territorio.
Prefazione di Umberto De Agostino
Quando l’amica e imprenditrice agricola Marta Sempio mi ha incaricato di ricostruire il percorso biografico di una nobildonna milanese-lomellina, ho avvertito subito il peso della responsabilità di scrivere di una donna che operò in un settore produttivo, quello dell’agricoltura, egemonizzato per secoli dagli uomini. Ma confesso di aver accettato anche per poter delineare in modo particolareggiato i contorni storico-economici della cascina Tessèra di Valeggio, borgo di quella Lomellina che coltiva riso fin dal XV secolo: in una lettera del settembre 1475 si legge che il duca Galeazzo Maria Sforza ordina di consegnare a un ambasciatore estense dodici sacchi di riso con lo scopo di seminare anche nel Ferrarese il cereale originario dell’Asia.
Questa narrazione a cavallo dei secoli e dei territori sulle due sponde del fiume Ticino, che si dipanerà attraverso la voce narrante del sottoscritto, offre ai lettori un percorso biografico emblematico e, per certi versi, incomparabile: quella di donna Luisa Busca Arconati Visconti, nata alla metà dell’Ottocento, quando Milano era ancora una città austriaca, sposata Sormani Andreani Verri e scomparsa poco meno di un secolo fa, nel 1928. Fra le cascine gestite dalla marchesa c’era quella Tessèra che, lungo tre secoli, sarà uno dei cardini produttivi dei Busca Arconati Visconti, marchesi di Lomagna.
L’obiettivo di questa sfida non certo agevole, a ritroso nei secoli, è individuare il reale rapporto di una nobildonna proprietaria terriera con il mondo maschile e, in primo luogo, con il marito conte Sormani. Non va sottovalutata, in questa prospettiva, la dimensione femminile nell’Italia di fine Ottocento, dove la donna, a qualsiasi livello della scala sociale, deve vivere all’ombra del marito o di una figura maschile all’interno della famiglia. In Italia, sia negli ambienti aristocratici sia in quelli borghesi, viene esaltato il modello della donna religiosa e patriottica, che deve accettare il marito scelto dai genitori. Il suo ambiente dev’essere la famiglia, in cui la donna è tenuta a occuparsi del coniuge e della prole con l’appellativo di angelo del focolare. Nell’Inghilterra della regina Vittoria le donne sono considerate per natura passive e disinteressate alla politica e, di conseguenza, escluse dall’elettorato sia attivo sia passivo: addirittura l’altra metà del cielo non può comandare, né in casa né all’esterno, a causa del ciclo mestruale che la renderebbe instabile una volta al mese. Indicativo, per tornare in Italia, l’articolo 134 del Codice civile del 1865, in cui si legge che «la moglie non può donare, alienare beni immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti senza l’autorizzazione del marito».
E qui il discorso s’innesta nel cuore della nostra ricerca. Donna Luisa, all’anagrafe Luigia e per i familiari più stretti Gigia, appartiene a una delle più nobili famiglie milanesi: i Busca, marchesi di Lomagna, s’imparentano lungo i secoli con dinastie altrettanto blasonate come gli Arconati, i Visconti, i Serbelloni, i Sormani e i Verri. Il patrimonio ereditato di generazione in generazione di sangue blu è immenso: fondi agricoli, stalle bovine, fabbricati rurali, caseifici, fornaci, abitazioni date in affitto. Ai beni materiali si affiancano sentimenti, come orgoglio e fierezza, alimentati da matrimoni spesso decisi alla nascita dei futuri eredi di importanti casate. È un mondo fatto indubbiamente di agi, benessere e ricchezza, ma la vita di donna Luisa, malgrado la fortuna di essere nata in una famiglia che non ha mai conosciuto e mai conoscerà il significato di ristrettezza economica, non sarà tutta rose e fiori.
Attingendo a fonti di varia provenienza, scopriremo che il percorso biografico della contessa sarà lastricato di molte lacrime e di altrettanti lutti familiari. Capiremo, in primis, che i suoi genitori, Clementina e don Lodovico Paolo, muoiono prematuramente in circostanze drammatiche. La madre, alla nona gravidanza, partorisce il tanto agognato figlio maschio che però nasce morto, mentre il padre, rimasto solo con sette bambine dopo che l’ottava era morta a un anno d’età, nel 1865 sceglie di togliersi la vita. Una tragedia dietro l’altra per donna Luisa e le sue sorelle, che vengono necessariamente affidate a istitutrici e tutori. La figura paterna viene ricoperta in un certo qual modo da don Antonio Marco, fratello di Carlo Ignazio e prozio delle sette marchesine Busca Arconati Visconti, ma solo per cinque anni perché egli morirà nel 1870. Altro vuoto familiare nell’arco di poco tempo per le giovanissime marchesine, che però intravedono all’orizzonte l’ennesimo cambiamento delle loro vite: il matrimonio. Ed è difficile non pensare che i parenti più stretti delle sorelle Busca, considerate ereditiere da sposare secondo i canoni dell’epoca, abbiano voluto affrettare questo passaggio di fondamentale importanza in modo da garantire loro una nuova famiglia con relativa stabilità coniugale. Nella seconda metà dell’Ottocento è praticamente impossibile che una signorina di ottima famiglia e con una robusta dote rimanga nubile. Così donna Luisa si unisce in matrimonio con il conte Pietro Sormani Andreani, che dal 1902 diventerà Sormani Andreani Verri, all’età di diciotto anni: l’età giusta prima che le malelingue dell’alta società le attribuiscano la qualifica di zitella.
Donna Luisa, ora contessa, inizia il cursus honorum previsto all’epoca per una giovane nobildonna appena maritata: si trasferisce nel palazzo Sormani, sempre a Milano, e diventa quasi subito madre. Ma anche in questo frangente, come già successo per i genitori, ritornerà l’immenso dolore di due figli scomparsi prematuramente: sarà così per Carolina, la primogenita, e per Gabriella, la terzogenita. La nobildonna darà comunque alla luce altri tre figli, Clementina, Giustina e Alessandro, che la renderanno nonna di otto nipoti, di cui però uno morirà in tenerissima età. Donna Luisa cercherà di attutire queste periodiche afflizioni personali con l’amorevole cura del patrimonio immobiliare, in particolare Villa Arconati situata al Castellazzo di Bollate, dove trascorrerà gran parte della sua esistenza. Meno assidua, invece, la presenza nel millenario castello Busca di Valeggio Lomellina, che aveva dato ospitalità, fra gli altri, all’imperatore Carlo V d’Asburgo e al celebre umanista e filosofo Giovanni Pico della Mirandola. Donna Luisa vivrà quasi stabilmente a Milano, dove risulta proprietaria di un palco al Teatro alla Scala, e al Castellazzo di Bollate, che nel 1912 sarà teatro di un clamoroso furto di gioielli riportato nel dettaglio dal Corriere della Sera. A palazzo Sormani e a Villa Arconati dà il benvenuto a parenti e amici, cui spedirà i ringraziamenti scritti su cartoline raffiguranti gli stessi edifici di famiglia.
I possedimenti lomellini saranno amministrati direttamente dal marito, don Pietro, e in loco dagli agenti di casa Busca, o Sormani Busca come viene definita dal 1873 in avanti. Come si è visto sopra, alla moglie è consentita solo la gestione ordinaria del patrimonio, mentre sarà obbligatoria l’autorizzazione del marito per operazioni di natura straordinaria. Nel caso di Valeggio Lomellina, le cascine, le stalle, i fondi agricoli, i mulini, gli immobili collocati in paese, che garantiscono un reddito annuo non trascurabile, sono affidati al conte Sormani, che se ne occupa con vari agenti di fiducia. La proprietà, sotto l’aspetto formale, è di donna Luisa, ma l’amministrazione è in capo al marito, che non a caso sarà per molti anni anche consigliere comunale di Valeggio Lomellina. La contessa, a nostro giudizio, non può fare altrimenti perché la gestione di un tale patrimonio comporta un impegno assiduo anche sul posto e, di conseguenza, tende a delegare al marito non senza, però, aver concordato le decisioni da assumere in merito, nello specifico, ai contratti d’affitto delle cascine e degli immobili in paese. Situazione differente al Castellazzo di Bollate, dove donna Luisa vive in modo quasi stabile e dove, di conseguenza, può e vuole influire sulle disposizioni più importanti relative alla villa. Soprattutto in questo spazio fisico, accetta le regole codificate del suo mondo sociale, ma declinandole secondo i suoi gusti e le sue predilezioni principalmente in ambito culturale e letterario: ne è una prova la ricchissima biblioteca in cui spiccano i romanzi d’amore in lingua francese.
Scorrendo i risultati della ricerca su donna Luisa, credo che non sia opportuno, in questo contesto, scomodare concetti impegnativi come emancipazione femminile o parificazione della donna all’uomo nei diritti civili e politici. Sarebbe fuorviante giudicare la vita della contessa con gli occhi dei contemporanei decontestualizzandone la dimensione sociale e familiare: la “cancellazione della cultura” in voga da qualche anno è solo una moda sciocca che pretende di condannare il passato usando il modo di pensare del terzo millennio. Noi siamo convinti che donna Luisa abbia vissuto il momento storico e la condizione di moglie e di madre con la chiara consapevolezza di essere una donna del suo tempo, ma senza mai rinunciare alla prerogativa di esprimere e di far valere il suo giudizio soprattutto nella gestione del patrimonio ereditato nel 1870 dal prozio, marchese Antonio Marco.
E, da ultimo, voglio citare il coprotagonista di questa biografia: il mondo agricolo della Lomellina. Quel settore primario che, proprio alla fine dell’Ottocento, compie un sensazionale balzo produttivo grazie alle bonifiche delle ultime zone paludose e all’estensione delle superfici destinate ai seminativi irrigui, in primis le risaie. Nel 1882 i dati inseriti negli Atti della giunta per la inchiesta agraria e relativi al Circondario di Mortara parlano di una superficie agricola superiore a 100.000 ettari e con un valore medio pari a 52,5 milioni di lire, pari a poco meno di ventisei milioni di euro attuali. In Lomellina si producono risone da terreni sia a vicenda sia sortumosi, fieno, granoturco, frumento, semi di lino, legumi: un autentico tesoro che fa la fortuna dei proprietari e dei fittabili dell’epoca. I proventi lomellini di donna Luisa Busca Arconati Visconti sono significativi consentendole di assicurare anche un’adeguata manutenzione all’immobile che più le sta a cuore: Villa Arconati di Bollate. Sarà grazie all’oculata intraprendenza di possidenti e di fittabili, senza dimenticare la manodopera assicurata da migliaia di braccianti, salariati e mondariso, che la Lomellina potrà raggiungere nel secolo successivo il primato della risicoltura italiana ed europea.
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