Da Palestro l’Unità d’Italia è tutta in discesa

La Provincia di Lomellina (metà Ottocento)

Dopo la campagna di Crimea del 1855, il piccolo Piemonte spinge l’Europa a farsi carico della questione italiana e, con gli accordi di Plombières les Bains del 21 luglio 1858, stringe un’alleanza difensiva antiaustriaca con la Francia di Napoleone III.

Busto di Cavour (Museo nazionale del Risorgimento di Torino)

In previsione dell’inevitabile scoppio della guerra, il presidente del Consiglio, Camillo Benso, conte di Cavour, ordina di incrementare la pioppicoltura e la risicoltura con un doppio scopo: migliorare il livello economico della regione e creare naturali difficoltà agli eserciti nemici. Inoltre, Torino potenzia le linee ferroviarie, che durante le operazioni belliche serviranno principalmente a trasportare le truppe. Nel 1859 le cosiddette tradotte, convogli ferroviari adibiti al trasporto di interi reparti militari, correranno anche sulla Alessandria-Mortara-Novara-Arona, inaugurata solo quattro anni prima.

A livello locale, il 2 aprile il consiglio comunale di Mortara nomina un comitato di salute pubblica per affrontare il passaggio e lo stazionamento delle truppe in città. Ne fanno parte il presidente Luigi Cotta Ramusino, Paolo Troncone, Giovanni Marchetti, Pietro Pavesi, Giovanni Falzone ed Enrico Tessera. Il suo lavoro riguarda la raccolta e lo scambio di informazioni con i comitati dei paesi lomellini: le notizie saranno trasmesse prima al commissario Tecchio, a Novara, e di lì a Torino. Il 5 aprile s’istituisce il Comitato provinciale per erogare sussidi alle famiglie povere dei riservisti richiamati: lo presiede il maggiore Domenico Mariannini, affiancato da Giuseppe Pagani, Carlo Passerini, don Luigi Manfredi, Giuseppe Cotta Ramusino e Alessandro Vellino.
La Guardia nazionale, a Mortara comandata dal capitano di compagnia Carlo Morosetti, viene disarmata, ma i carabinieri opereranno travestiti compiendo un efficace servizio di esplorazione e di informazione. Per esempio, il 30 aprile a Carbonara al Ticino gli austriaci scoprono e arrestano un brigadiere dei carabinieri in borghese: sarà processato a Garlasco e legato a un carretto per essere trascinato durante i numerosi spostamenti del quartiere generale imperiale.

Intanto, a protezione della capitale il ministro della Guerra, Alfonso La Marmora, incarica l’ingegner Carlo Noè, direttore generale del Roggione di Sartirana e futuro progettista del canale Cavour, di allagare le risaie vercellesi.

Mappa conservata nell’archivio storico del consorzio Ovest Sesia di Vercelli

Fra il 25 e il 29 aprile la portata immessa nei canali è raddoppiata e oltre 45.000 ettari di terreno tra Dora Baltea e Sesia sono sommersi. Interi distaccamenti austriaci, in caso di sfondamento, si sarebbero trovati con l’acqua sino alla cintola. L’inondazione delle risaie sarà riconosciuta come operazione di guerra nel 1885, anno in cui anche all’ingegnere mortarese Luigi Cortellezzi, uno dei tre principali collaboratori di Noè, sarà conferita la medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia. Cavour si esprimerà così, nella seduta parlamentare del 22 giugno 1860: «Senza questa risoluzione arditamente ordinata dal governo e mirabilmente eseguita dal distintissimo ingegnere cavalier Noè, e alla quale cooperarono con esemplare abnegazione le popolazioni, certamente questa sala medesima sarebbe stata profanata dalle armi straniere. Grazie alla grande opera di inondazione l’esercito poté raccogliersi e ordinarsi, occupare formidabili posizioni e le truppe francesi poterono giungere in aiuto».
Nei piani dello Stato maggiore la linea di difesa deve essere portata al Po e alla Sesia. Il 23 aprile l’Austria invia un ultimatum al Piemonte, che entro il 26 successivo avrebbe dovuto ridurre l’esercito sul piede di pace e congedare i volontari accorsi a Torino da ogni parte d’Italia. Cavour lo respinge, mentre la Francia avvisa l’Austria che avrebbe considerato il passaggio del Ticino da parte di truppe austriache come un atto di guerra. Tutto, però, sembrava già scritto. Il 29 aprile la II armata austriaca guidata dal governatore del Lombardo-Veneto, feldmaresciallo Gyulai, invade il Piemonte superando il Ticino a Boffalora, a Bereguardo e al Gravellone di Pavia.
All’inizio delle operazioni il quartier generale di Torino suddivide l’armata del Regno di Sardegna in tre blocchi:

  1. la II divisione del generale Fanti sulla destra del Tanaro e del Po, con un forte concentramento ad Alessandria e reggimenti a Voghera, Valenza e Casale Monferrato;
  2. la III divisione del generale Durando è schierata nella zona di Serravalle Scrivia tra Pozzolo Formigaro, Novi Ligure, Cassano Spinola e Arquata Scrivia;
  3. la IV divisione del generale Cialdini, rinforzata da parte della I divisione del generale di Castelborgo e dalle divisioni di cavalleria del generale Sambuy, sulla riva della Dora Baltea fra Ivrea e Brusasco, con alcuni battaglioni a Moncrivello, Cigliano e Saluggia.

Le divisioni di cavalleria sono dislocate a Novara, Vercelli, Cigliano, Regia Mandria di Chivasso e lungo il confine del Ticino da San Martino di Trecate a Garlasco. Poi ci sono i Cacciatori delle Alpi guidate dal generale Garibaldi, alla destra del Po a Brusasco, Cavagnolo e Verrua Savoia, e due compagnie dei Cacciatori franchi a Pallanza per contrastare eventuali sbarchi nemici sul lago Maggiore.

Da subito i soldati asburgici non si esitano a colpire la popolazione civile, a razziare e a saccheggiare, spesso indirizzati nei posti giusti da alcuni commissari di polizia, tra cui il famigerato Galimberti, sguinzagliati a imbastire delazioni e a segnalare, con esattezza poliziesca, le case e i cascinali maggiormente forniti di materiale da bottino. Un’avanguardia austriaca penetrata a San Martino Siccomario devasta i pubblici uffici e arresta il parroco 70enne don Gaspare Signorelli.

L’armata d’invasione entrata dal Gravellone si divide in due corpi: il primo comandato dal principe di Lichtenstein diretto a Carbonara, il secondo dal generale Stadion diretto a Zinasco. Proprio qui avviene il primo scontro della guerra. Alcuni cavalleggeri del “Saluzzo” si scontrano con gli ussari austriaci scambiandosi varie fucilate: gli italiani perdono un uomo, gli austriaci, che devono ritirarsi, tre. La sera la cavalleria ussara d’avanscoperta ritorna rafforzata spingendosi a mezzo chilometro fuori del paese lungo la strada provinciale, dove s’imbatte nella pattuglia composta di un sergente e di un soldato, certo Giovanni Barberis, che viene sciabolato mortalmente al capo e morirà ventiquattro giorni dopo.

Gli austriaci non incontrano alcuna resistenza e, già nel primo pomeriggio del 30 aprile, occupano Novara. Lunedì 2 maggio l’esercito austriaco, che sposta il quartier generale da Garlasco a Lomello, si attesta lungo la riva sinistra del Sesia e del Po.

In soli quattro giorni l’intera Lomellina è in mano asburgica.

L’esercito inizia a vivere a spalle delle popolazioni: enormi requisizioni di pane, carne, vino, tabacco, cuoio, pepe e sale. Affinché non possano sorgere dubbi sull’ammontare delle pretese, il 1° maggio a Mortara il maggiore barone Rueber pubblica uno specchietto di raffronto dei pesi e delle monete in vigore nell’Impero asburgico e nel Regno di Sardegna. Per esempio, Mortara deve provvedere, per il 3 maggio, 50.000 razioni di carne, di pane e di tabacco, più 25.000 di farina e di riso. Il sindaco avrebbe potuto chiedere aiuto ai Comuni limitrofi: s’invia l’appello a Vigevano. Il più delle volte gli occupanti si rifiutano di rilasciare anche uno straccio di ricevuta o di scarico degli oggetti requisiti o consegnati.
Per coordinare e per distribuire più equamente i pesi delle requisizioni tra i Comuni lomellini, Gyulai, con il decreto dell’11 maggio, istituisce a Mortara una Giunta provvisoria provinciale. Ne fanno parte il sindaco di Mortara, Paolo Gagliardi, i vigevanesi Enrico Strigelli e Giovan Battista Negroni, e i mortaresi Giuseppe Cotta Ramusino, Giovanni Marchetti e Pietro Pavesi. In realtà, questo organismo cercherà di attenuare le vessazioni: a Castello d’Agogna, a Ceretto e a Sant’Angelo, fra gli altri, le truppe devastano abitazioni e cascine minacciando di morte gli abitanti.

Il 23 maggio, dal quartier generale di Garlasco, Gyulai ordina la consegna di tutte le armi e, il giorno dopo, da Mortara il feldmaresciallo luogotenente barone Zöbel promulga il decreto che minaccia morte all’individuo e saccheggio e incendio al paese in caso di mancata denuncia di eventuali soldati piemontesi. Sindaci e parroci sono incaricati di diffondere il decreto ai compaesani.

I primi cittadini sono nel mirino delle truppe d’invasione. Giovanni Buzzoni, sindaco di Torre Beretti, viene percosso e costretto, con le baionette puntate al petto, a girare di casa in casa per seguire le requisizioni e le appropriazioni violente. Addirittura, viene sfrattato per lasciare l’abitazione al feldmaresciallo principe Schwarzenberg. A Lomello vengono colpiti il vice sindaco e il vice segretario comunale, a Valle Lomellina un tenente percuote e terrorizza il sindaco Francesco Tornielli puntandogli una pistola in faccia, a Ferrera Lomellina (oggi Ferrera Erbognone) è arrestato il sindaco Cassola e saccheggiato il paese per tre ore.

Molto peggio dovranno subire i sindaci di Mede, Gambolò e Castelnovetto, minacciati di fucilazione imminente.

Il 1° maggio il X reggimento di cavalleria Ussari irrompe a Mede occupando le uscite del paese e schierandosi davanti al municipio. Il colonnello barone Edeloheim, con due graduati pistole alla mano e sciabole sguainate, intima al sindaco Gaspare Massazza e alla giunta di preparare nell’arco di quindici minuti un’enorme quantità di viveri, sotto pena dello sterminio. Massazza si deve arrabattare per consegnare il vino e le derrate imposte: ne accumula una discreta quantità, che fa trasportare in municipio. Il colonnello convoca in piazza il sindaco, che viene preso per il collo dagli ussari mentre altri soldati gli puntano le pistole alla fronte. Di nuovo il barone Edeloheim impone una seconda consegna di viveri nell’arco di cinque minuti, pena la fucilazione di Massazza, il saccheggio del paese e la consegna delle donne alla soldataglia.

Alle due di notte Massazza è condotto al quartiere generale di Lomello e rinchiuso in una camera piantonata dai soldati. Verso le 10 del 2 maggio sarà rimesso in libertà senza spiegazioni e accolto dall’intera popolazione medese che lo credeva perduto. “Gli amici mi interrogarono quali pensieri agitassero la mia mente durante la prigionia e le feroci minacce dei barbari – scriverà Massazza – Grazie al cielo, io mi feci forte e superiore a tutto, non temetti la morte e, quando questa fosse stata barbaramente eseguita, io ero già rassegnato a subirla francamente, pensando che non sarebbe rimasta invendicata e avrebbe aumentato l’ardire dei nostri prodi soldati per annientare e cacciare dal suolo d’Italia i feroci predoni”. Sarà arrestato per la seconda volta, per poche ore, con l’accusa di favorire le diserzioni militari e minacciato, con il vice sindaco Manzi, di impiccagione al primo albero che si fosse trovato fuori del paese.

Nel frattempo, gli ussari saccheggiano e bruciano case, masserizie, fieni e paglie, non senza commettere diversi stupri. Si minacciano ancora il sindaco e il dottor Terenzio, direttore dell’ospedale provvisorio allestito con settecento letti sequestrati ai cittadini. A un certo punto, il quartier generale ordina di trasferire gli infermi a Pavia lasciandone dieci, di cui è pericoloso il trasporto, a Mede. Anche in questo caso non manca la brutalità del barone Edeloheim: “Vile feccia di razza italiana barbara, sappiate che, se al mio ritorno, questi infermi risulteranno non ben curati e qualcuno fosse morto, voi sindaco e medico sarete tosto impiccati e, se finora ho usato con parsimonia dei diritti di guerra che mi competono come vincitore sopra i miei nemici, fu tutta mia bontà. Altrimenti il paese tutto sarebbe stato incendiato e manomesso in modo tale da non lasciare sussistere pietra sopra pietra, distruggendo questa cattiva razza e infame popolazione”.

L’8 maggio tocca ad Angelo Panizzari, sindaco di Castelnovetto. Uno squadrone di ussari si presenta in municipio intimando la consegna di 15.000 razioni di pane, di vino e di altri viveri. Panizzari si permette di far risaltare la difformità tra la richiesta e l’esiguità del paese, ma il colonnello gli assesta un potente ceffone ordinando ai soldati a cavallo di trasportarlo al Torrione di Vinzaglio, dove sarà trattenuto per tutta la notte e rimesso in libertà il giorno successivo. Gli assessori sono trattenuti in arresto provvisorio in aula consiliare a garanzia della requisizione.

A Gambolò, il 29 maggio, un tenente colonnello del reggimento “Arciduca Stefano” traduce senza motivo il sindaco Pietro Robecchi e il segretario comunale lungo la strada campestre Rovelletto, verso Vigevano. Qualche minuto dopo, i due conosceranno il perché di quel provvedimento: una pattuglia aveva assicurato il colonnello di aver intravisto la fiammante divisa di un garibaldino in mezzo a una siepe. La notizia si rivelerà infondata, altrimenti sindaco e segretario sarebbero stati fucilati in base al decreto Zöbel.

Il principale nemico austriaco è il conte di Cavour. Ne è una conferma la conversazione avvenuta 23 maggio fra il sindaco di Palestro Pietro Cappa e due colonnelli austriaci. «E il vostro re non è egli pure disonorato per lasciarsi guidare da questo sciagurato? Immaginate: l’ha indotto a far lega con un Mazzini e un Garibaldi, che è quanto si poteva immaginare di peggio».

Gli abusi di potere non cessano, in quella terrificante primavera lomellina. A Mortara il commissario Galimberti denuncia agli austriaci Tommaso Pallavicini, arrestato il 16 maggio con l’accusa di favoreggiamento alla diserzione di due ungheresi che gli avevano chiesto la strada per la Svizzera. Mezz’ora dopo Pallavicini, verificatore di pesi e di misure, e uno dei soci più attivi della locale Società operaia di mutuo soccorso, è giudicato da un tribunale di guerra e condannato a morte. Due giorni dopo, all’alba, il corteo militare preceduto da lugubri rintocchi dei tamburi si avvia al campo della fiera, mentre un cappellano bisbiglia a Pallavicini gli ultimi conforti della fede. I fucili sono già puntati quando un messo di Gyulai, giunto al galoppo, consegna la grazia al comandante del plotone d’esecuzione.

A Rosasco gli asburgici fanno fuoco contro civili inermi uccidendone tre. Siamo sul finire del combattimento di Palestro, il 31 maggio: mentre gli austriaci battono in ritirata, verso le 14 un picchetto nemico percorre il centro abitato ordinando ai cittadini di ritirarsi nelle case. Alcuni rosaschesi, però, fanno capire di voler porre i primi soccorsi ai soldati feriti, sebbene nemici. La risposta del generale Szabò, invece, sarà selvaggia. Accusa i borghesi di aver aperto il fuoco contro i suoi soldati e di aver ucciso un capitano e minaccia di mettere il paese a ferro e a fuoco. Avrebbe desistito solamente se gli avessero consegnato ventiquattro brente di vino d’Asti. La richiesta è impossibile da soddisfare e, di conseguenza, inizia il terribile saccheggio: Prima di andarsene, gli austriaci uccidono la contadina 15enne Caterina Marchese, sorpresa mentre fugge per nascondersi, l’oste Cesare Facchini, 16 anni, colpito mentre esce di casa per curare i feriti, e il fruttivendolo Giovanni Garelli, 64 anni, che ha sporto la testa fuori dalla porta di casa per mera curiosità.

A Castelnovetto i soldati si accaniscono contro un giovane in fin di vita cacciandolo fuori dal capezzale e, in questo modo, accelerandone la morte in meno di un’ora. A San Giorgio, all’inizio di maggio, il notaio Felice Ceroni, autore di un circostanziato diario dell’occupazione austriaca, segnala il decesso di una donna, “cui furono causa di morte le prepotenze austriache”. Gli occupanti non permetteranno che per i funerali si suonino le campane.

A Candia Lomellina il generale Tagarten ordina al sindaco Pietro Marchetti e al vice sindaco Agostino Bergamasco di radunare immediatamente cinquecento manovali per costruire un ponte sul Sesia in faccia alla batteria piemontese che presidia la riva monferrina. Marchetti si rifiuta, ma è comunque costretto a girare casa per casa alla ricerca degli uomini atti al lavoro. La costruzione si protrarrà sotto la pioggia per due giorni e per due notti, sotto il fuoco dell’artiglieria piemontese posizionata a Frassineto, al di là del Sesia e del Po. Negli stessi giorni, i soldati prendono di mira il cimitero spezzando le lapidi, profanando le tombe, estraendo scheletri e frantumandoli in mille pezzi. Di una lapide della famiglia Bergamasco, che reca scolpito il nome del conte di Cavour, tanto inviso agli asburgici, è scalpellata via l’intera epigrafe.

A Vigevano, durante l’interminabile ritirata seguita alla sconfitta di Palestro, alle ore 19 una campana suona la quotidiana avemaria: un infuriato capitano austriaco scambia il suono religioso per uno scampanio insurrezionale a martello. E i ducali devono sudare sette camicie per fargli capire che il popolo non sta accorrendo alle armi.

Ora concentriamoci su un dettaglio strategico importante. Mentre gli austriaci stanno raccolti in Lomellina e l’attenzione del loro comandante in capo è attratta dalla minaccia verso l’ala sinistra, il 27 maggio re Vittorio Emanuele II ottiene dall’imperatore francese che tre divisioni piemontesi, rinforzate dal III reggimento Zuavi, si rechino sull’ala destra per attraversare il Sesia fra Casale Monferrato e Vercelli.

Dal volume Avanti, Savoia! di Gianni Rocca (1993)

Il terzo e quarto corpo d’armata francesi sono i primi a essere trasferiti sulla linea ferroviaria Valenza-Casale-Vercelli, inaugurata solamente due anni prima. Il quinto e il primo corpo d’armata, per mascherare i movimenti del resto dell’esercito verso nord, rimangono a Voghera, Montebello, Rivanazzano e Tortona. L’imperatore mantiene il quartier generale ad Alessandria, mentre Vittorio Emanuele trasferisce il suo a Vercelli.


Dopo le battaglie di Palestro e di Confienza, il 2 giugno sarà l’ultimo giorno di permanenza delle armate austriache nel Regno di Sardegna, ma le violenze austriache non si concluderanno nemmeno durante la ritirata sulla riva sinistra del Ticino.

Nella notte del 2 giugno, per circa cinque ore, la processione di colonne, di carriaggi e di salmerie parte da Mortara diretta, attraverso Gambolò, a Borgo San Siro. Al mattino del 3 giugno da Borgo San Siro una squadriglia di esploratori ulani rientra a spron battuto a Gambolò. Durante la cavalcata per le vie del paese si ode uno sparo di pistola in contrada Magrate: l’ufficiale ulano smonta accusando la popolazione. Si trova una palla di fucile austriaco, ma l’ufficiale non vuole sentir ragioni. La guardia campestre Zorzoli interviene suggerendo l’ispezione dei fucili militari, ma, per tutta risposta, un ulano gli punta la pistola contro il petto e spara: fortunatamente il grilletto scatta, la capsula scoppia, ma il colpo non parte.

L’ufficiale, infuriato più di prima, compie un’indagine fra i borghesi e sequestra il sindaco Robecchi, suo fratello Paolo e due loro ospiti. I prigionieri sono trasferiti a Borgo San Siro e consegnati ai soldati della divisione del generale Köller, i quali si accontentano di vendicare la disfatta di Palestro lanciando le rabbiose insolenze e gli scherni più volgari all’indirizzo dei quattro gambolesi. Addirittura, Robecchi assiste alla partenza dalla piazza di Borgo San Siro di un distaccamento di cavalleria, che un capitano chiarisce essere destinato all’incendio di Gambolò. Una volta in paese, gli ulani ricercano il segretario comunale Lissi, cui viene lanciato al collo un laccio di corda con nodo scorsoio. Il funzionario viene trascinandosi in giro per le strade allo scopo di farsi additare le case più ricche da rapinare. Il saccheggio si svolge tra strilli di bambini, pianti e grida di madri fuggenti, tra inenarrabili oltraggi e percosse furiose, vecchi maltrattati e battuti, donne assalite con le armi, ripetute minacce di fucilazione a diverse persone.

Finalmente, compiuto il saccheggio e caricato il bottino costituito da 24.000 lire in denaro, oggetti d’oro e d’argento, e in cibarie minute (formaggi, salami, lardi), gli ulani trascinano sulla piazza la folla dei possidenti derubati gridando: “Morire, morire!”. Dopo le ultime vessazioni ai danni di Costa e di Lissi, minacciati per l’ennesima volta di morire sulla forca, il capitano ulano toglie il laccio dal collo dei due giustiziandi e ordina di tornare al galoppo verso Borgo San Siro. Qui Robecchi e gli altri tre concittadini sono rilasciati dal generale Köller, prima della ritirata oltre Ticino.

Le celebrazioni della battaglia organizzate a Palestro nel 1909

L’armata franco-piemontese rimarrà stanziata in Lomellina fino ai primi di settembre. Il 23 ottobre la Lomellina e l’Oltrepò Pavese tornano a essere aggregati all’antica capitale longobarda in seguito alla nascita della nuova Provincia di Pavia. La legge n. 3072, nota come legge Rattazzi, istituisce una Deputazione provinciale retta da un governatore dipendente dal ministero dell’Interno.

Relazione di Umberto De Agostino (Palestro, salone Soms, venerdì 22 maggio 2026)

Qui sotto una selezione di immagini delle celebrazioni svoltesi dal 22 al 24 maggio 2026 a Palestro

Conferenza del 22 maggio: da sinistra, Bessi, il sindaco Franzo e De Agostino
Maggio 1859-Maggio 2026
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Pubblicato da Umberto De Agostino

Giornalista (quotidiano La Provincia pavese, settimanale L'Informatore lomellino di Mortara e undici periodici comunali) e direttore dell'Ecomuseo del paesaggio lomellino. Già autore per Fratelli Frilli Editori (Il brigante e la mondina, La contessa nera, Manzoni e la spia austriaca).

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