«Per me recitare significa portare in scena la realtà di tutti i giorni. E spero che questa parte della mia vita sia portata avanti dai miei bisnipoti Sveva e Francesco». A ottobre Giuseppe Berri, per gli amici “Gagiu”, compirà 92 anni, più della metà dei quali trascorsi nei panni di attore dialettale nella sua Lomello e nei paesi limitrofi. Il ferroviere in pensione, l’attore amatoriale più anziano della Lomellina, rievoca la lunga attività teatrale rispondendo al telefono da una spiaggia di Pietra Ligure, località della Riviera di Ponente dove trascorre le vacanze e di cui è originaria la moglie Angela.

Quando iniziò a calcare il palcoscenico?
«Era la metà degli anni Settanta e la compagnia si chiamava “Fam, füm e fräg”: per chi non mastica il dialetto “Fame, fumo e freddo”. Eravamo ospiti dell’oratorio parrocchiale gestito allora da don Carlo Pasini: con me c’erano Luigina Trigo, Mario Galli, Tina Panzarasa Magenta, Gianni Piovera, Grazia Bellone, Peppino Pocalana e anche mia figlia Antonella, allora una bambina».
Quali erano i vostri copioni?
«Mettevamo in scena testi scritti da Roberto Zago, autore di drammi esistenziali, commedie per ragazzi e spettacoli in dialetto milanese morto alcuni anni fa, ma sempre con un aggancio alla realtà lomellese, a cominciare dai titoli delle commedie. Per esempio, negli anni Ottanta all’oratorio presentammo “Mi a vùti pr’al mè om”, testo che giocava sul mio doppio ruolo: attore e vice sindaco nelle giunte dei sindaci Campari e Capettini».
Che cosa successe in quella commedia?
«Ero stato “promosso” sindaco di Lomello, cui piacevano molto le donne e che per questo non esitava a tradire la moglie impersonata da Luigina Trigo. In una scena addirittura Luigina mi rovesciò in testa un piatto di tagliatelle: per qualche minuto rimasi in scena con la pasta che mi scendeva dalle orecchie a mo’ di pendenti».
Non c’era censura da parte dei parroci?
«Per nulla. Don Luciano Dall’O e don Mino Canevari ci lasciavano mano libera; fra l’altro, con noi c’era anche un giovane Paolo Bernuzzi, oggi parroco di Cassolnovo. Fra i nostri titoli ricordo “I ca vèg dal gisiö”, cioè le famigerate abitazioni di un quartiere di Lomello, “I facènd adla curt ad Fasìna”, relativa a una corte comune di dubbia fama, e “I giùn dal dì d’incö”, sugli adolescenti e i giovani degli anni Ottanta».
Spettacoli letteralmente amatoriali?
«Ci arrangiavamo come potevamo per scenografia e costumi. Una volta allestimmo uno spettacolo all’aria aperta nel campetto di calcio dell’oratorio. Il nostro sistema audio non era dei migliori e a un certo punto s’intromise Radio Montecarlo. Un radiocronista parlò in francese per alcuni minuti, mentre il pubblico non capiva che cosa stesse succedendo. Non abbiamo mai scoperto il motivo di quella interferenza».
Poi arrivò “Teatro in Laumellum”…
«È la compagnia attiva da alcuni anni e in cui recito a fianco delle mie nipoti Marta, mamma di Sveva e Francesco, e Francesca Chiodi, mentre la moglie Angela, con cui sono sposato dal 1962, è la costumista. Dalla prima compagnia ho ritrovato Luigina e Mario: poi ci sono tanti giovani, che mi aiutano a tornare alla mia adolescenza».
Lei scrive e recita anche poesie.
«Sono storielle contadine, che però non ho mai voluto mettere nero su bianco perché il dialetto non è facile da scrivere. Ho fatto un’eccezione con l’incipit della Divina Commedia di Dante Alighieri: ho reso la “selva oscura” con “buslà”, cioè siepe di biancospino, e via di seguito».
Sia sincero: preferisce la Lomellina o la Riviera?
«La Lomellina. Ma non devo dirlo a mia moglie, rimasta ligure nel cuore malgrado viva da una vita fra le risaie».


Lascia un commento