I nomi qui citati volano alto: le famiglie «di primo rango» Doria e Spinola, di tendenze ghibelline, che per secoli si contrapposero ai guelfi Grimaldi, che oggi guidano il Principato di Monaco, e Fieschi, famiglia comitale legata al papa e potentissima nel Levante ligure. Nel 1528 il doge Andrea Doria riorganizzò il ceto dirigente in 28 «alberghi nobili», sorta di consorterie in cui le casate storiche detenevano il potere politico, economico e finanziario. Fra loro anche i Lomellini.
Arriviamo ora alla vicenda legata, nella eloquente toponomastica genovese, al vico e alla piazza dell’Amor perfetto.
Nel 1474 Ambrogio (o Baldassarre) e Lombardina Lomellini salutano la nascita della figlia Tommasina. Il padre è un facoltoso esponente della «vecchia nobiltà» di tradizione ghibellina e di orientamento filofrancese, mentre l’avo materno Francesco aveva ricoperto numerosi incarichi di governo meritando una statua commemorativa a palazzo San Giorgio.
Attorno al 1495, la ventunenne Tommasina sposa il quasi coetaneo marchese Giovanni Battista Spinola di San Luca, figlio di Tommaso e di Giacobina Doria, anch’egli appartenente all’ala sostenitrice delle mire francesi sulla penisola italiana, uomo di ottima cultura e futuro doge (1531-1533).

Tommasina godeva già di notevole fama anche oltre i confini del Genovesato in virtù della sua bellezza, unita a una buona cultura.
Galeotto è l’incontro del 26 agosto 1502 con il sovrano francese, Luigi XII di Orleans, il Re cristianissimo. A villa Fieschi di Carignano il ricevimento in onore del sovrano che aveva appena compiuto l’ingresso trionfale in città sancisce il pieno dominio su Genova. Quella sera Luigi XII ha occhi solo per Tommasina, che ricambia con entusiasmo: ballano tutta la sera e discutono di arte e filosofia, chiacchierano tra loro in un’intesa che gli esperti d’amore definiscono colpo di fulmine.
Secondo alcune fonti, è proprio Tommasina a chiedere a Luigi, molto sensibile al fascino femminile, di accettare la proposta di intendyo, termine genovese che indicava un vincolo affettivo di carattere platonico (latamente riconducibile ai canoni dell’amor cortese). Proposta che Luigi, unito in seconde nozze con Anna di Bretagna, non fatica subito ad accettare.
Fin qui le testimonianze storiche.
Ora arriviamo alla leggenda, che in parte ricalca quella futura scespiriana incentrata sui veronesi Montecchi e Capuleti. La scansione temporale va dal settembre 1502 (partenza di Luigi XII da Genova) al 1505 (decesso di Tommasina) e all’estate 1507 (ritorno del Cristianissimo a Genova).
Secondo la variante più nota, Tommasina sarebbe morta di melanconia amorosa e, dopo la partenza di Luigi, avrebbe conferito un valore estremo alla promessa abbandonando il tetto coniugale e ritirandosi in un’umile dimora nei pressi della chiesa della Maddalena, in compagnia della propria nutrice. Questa condizione di volontaria clausura, nel giro di pochi anni, si sarebbe tradotta in suicidio: il prolungato silenzio dell’amato, prima, quindi le notizie relative ai suoi persistenti malesseri fisici e forse anche la falsa voce della morte del sovrano francese avrebbero indotto Tommasina a lasciarsi morire di stenti. Il luttuoso evento sarebbe stato comunicato a Luigi XII, effettivamente reduce da una lunga convalescenza dopo aver contratto la sifilide.

A distanza di pochi decenni dall’incontro, invece, Lodovico Domenichi accrediterà la tesi di un ultimo incontro fra i due innamorati: Luigi, in partenza da Genova, avrebbe escogitato il modo di rivedere Tommasina appostandosi sotto le sue finestre così da sincerarsi della sua bellezza e dei suoi sentimenti: “Per non essere, come molti altri, ingannato dalle arti et malitie domestiche, disegnò di volerla cogliere alla sprovvista sì che ella non havesse agio, né comodità di lisciarsi, et con arti ciò accrescere la sua naturale bellezza”.
In occasione della morte di Tommasina (maggio 1505), l’Orleans commissionerà al biografo d’Auton un “Complainte” (Compianto), per un totale di 374 versi, comprensivo anche di un epitaffio e di un «regret» destinati alla tomba della gentildonna. Questi componimenti costituiscono a oggi le fonti in assoluto più probanti per assegnare veridicità storica a questa vicenda sentimentale, oltreché evidentemente finalizzati a ribadirne la natura squisitamente spirituale.
Nel 1507 si sarebbe registrato l’ultimo «incontro» fra il re francese e la defunta Tommasina. A Genova scoppia la rivolta popolare delle «cappette», che Luigi XII non esita a reprimere manu militari. Durante la permanenza nella città ligure, il sovrano, vestito da frate per non farsi riconoscere, avrebbe reso omaggio all’ultima dimora e alla tomba di Tommasina. Particolarmente emblematico il molto intimo «regret» pronunciato nell’occasione, distante dall’ufficialità di quello composto da d’Auton, sebbene perfettamente coincidente nei contenuti, da cui l’origine dei toponimi genovesi di piazza e vico dello Amor perfetto.
Il luogo di sepoltura di Tommasina non è ben identificato: verosimilmente la Lomellini era stata tumulata nell’abbazia suburbana di San Nicolò del Boschetto, poi traslata in San Luca, chiesa degli Spinola, e quindi nuovamente tradotta al Boschetto dopo i tentativi di profanazione durante la rivolta antifrancese del 1507.
Tommasina Lomellini aveva regalato a Giovan Battista Spinola una figlia, Luigia, che andò in sposa a Girolamo Doria (1495-1558), figlio di Andrea Doria e, nel 1529, cardinale nominato da papa Clemente VII. Girolamo e Luigia ebbero cinque figli (un maschio e quattro femmine).


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